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Sabato 20 Gennaio 2018 | 06:29

Murgeide, una Gravina nella nostra anima

Murgeide, una Gravina nella nostra anima
ALBERTO SELVAGGI
Ed eccoti qua a Gravina in Puglia, il posto che è tutti i luoghi del mondo, quello del profondo, da dove tutto nasce, che tutto accoglie, perfino te l’ultimo giorno, giù nella terra che brilla e ti assorbe mentre scendi disfatto come liquore, mentre nell’orizzonte senza ombre dopo l’Ospedale della Murgia si staglia la statua della Cola-cola, uccello di boschi come il Difesa Grande, a sei chilometri, fischietto bitonale, giocattolo povero: è bianca, è enorme, brillante di colori all’ingresso della città che precipita, e picchia con il becco nella crosta terrestre che è il ventre nostro e la nostra vita.

Questo puoi avvertire se capiti qui. Nella città che «grana dat et vina». Nel «giardino di delizie» di Federico imperatore che fece edificare un castello, ridotto a rudere. Non appena parcheggi con grattino di 60 centesimi all’ora. Non appena ti fermi prima di qualsiasi visita nell’osteria tipica Al Cardoncello, corso Di Vittorio, da Mimma, unica donna cuoca di zona, ed Enzo: tortino di rape, polpette di zucchine, carciofo ripieno, il fantastico uovo con asparagi e tartufo gravinese, porcini e «cardungìdde» (cardoncelli) venerati nella Sagra dieci giorni or sono, rosolio di finocchietto Km. 0.

Una scala a chiocciola ti porta giù ai bagni dove il fresco è più fresco, terminale dell’elaborato delle nostre esistenze, sia mentale, sia digerente. Puoi avere mangiato l’oro, sminuzzato il pallone di Gravina (formaggio semiduro, presidio Slow Food) con «peccelatìdde» (taralli), tracannato 10° di Verdeca, mangiato «u galarìdde» (agnello in verdurine), ingollato mezzo fuscello di ricotta tiepida di via Ragni, posato sulla tavola dal personale gradevole, che vuol dire genuino. Ma sai già qual è il suo destino. E capisci che Gravina è un bel posto. Che l’ha fatta Dio. E che l’enorme intaglio carsico che la segna e ne fa un abisso è lo spazio nel quale tuffava gli occhi Nietzsche. E che tutto, d’attorno nell’esistente, scorre tra le vertigini.

Vieni a Gravina. Gravina ti aspetta. Nei saliscendi di spazi che si perdono. Nei burroni dei voli d’Icaro. Sui piazzali sospesi di case abbandonate. Nel groviglio arcaico di scale e di grotte penetrate da piante potenti che spuntano tra gli interstizi e le dissestano. Sono i cancri degli edifici. La morte dell’inanimato. Eppure luccicano di linfa.

Per strada vedi volti rudi che tagliano il vento. Operai di Fondovico che dicono, «passaggio d’ala» e «pallonetto fuori linea», dato che il tifo giallo azzurro in città si vive di fegato. Perfino ad Altamura (e pazienza per il derby in Eccellenza nello stadio D’Angelo l’8 novembre) e tra gli ultrà di Matera, da dove giunge altra tifoseria. Per cui non ti stupisci nel vedere nel Piaggio, quartiere storico, un treruote 50 cc. dipinto di quelle tinte. Dalla Coppa Puglia si è accesa la miccia: Irriducibili, Fan Club Avemaria.

Incontri Nicola e Donatello, volontari di un’associazione che ti fanno da guida. Ti immetti nuovamente nel Lego di pietra ed ecco che un vecchio ti fissa da una cavità protetta da inferriate in prigionia. Non risponde. Non dice. Perché non è vivo. È un fantoccio, capisci?, messo lì a scopo turistico per evocare altri tempi, quelli delle roncole e delle pezze al sedere, quelli del «ppène cùtte», verdure e pane raffermo, «fecàzze de San Geséppe». Ciao, fantasma, ci vediamo su un’altra terra, tanto ho capito che c’è un’altra realtà sotto i nostri piedi, che il pavimento è soffitto, che il profondo ci guida mentre più in alto, di fianco al nostro vivere, si collocano altre realtà spazio-tempo. L’ha ipotizzato la fisica, ma soprattutto lo mostrano le case di qui: apri, entri, sollevi una botola, ti parrebbe di vedere un deposito in una caverna, ma non è finita, perché altre sedimentazioni si estendono verso il nucleo del pianeta, e poi si distendono, e si collegano, le une alle altre, nelle metempsicosi che si affastellano silenziosamente, in questi luoghi, in tutti i luoghi come nelle nostre esistenze, e che si fanno rete, e che condividiamo e chiamiamo Destino, il destino dell’uomo, dell’uomo che cresce, dell’uomo che scende, quaggiù a Gravina nel calcare frollo scavato per le cantine, foraggiere, neviere per conservare alimenti, palmenti, cisterne, come quella immensa sotto al Palazzo Orsini di Papa Benedetto XIII, e chiese perfino, cripte affrescate di bizantino, e acquedotti, nel fondo dei 20 metri, lunghi chilometri di serpenti, tanto che per conservare e diffondere questa summa del vero è sorta l’associazione Gravina Sotterranea, immersa in via Matteotti, dato che al termine del buio brilla la luce divina.

La Concattedrale nel giallore guarda ai suoi piedi saliscendi di case antiche in vendita. Di fronte a un portale su un balconcino occhieggiano le terrecotte di Beniamino Loglisci: «Bussare per visitare le Cola Cola». Scheletri splendidi coronano il timpano della Chiesa del Purgatorio cantando la morte. Chiesa del Sepolcreto, San Michele delle Grotte, ognuno vede l’Aldilà a suo modo.

Cammini e in piazza Scacchi, «già via Estramurale, già Porta Regia, già Porta S. Tommaso», ti trovi davanti ai baffi di bronzo di Canio Musacchio, primo sindacalista meridionale. Cammini e un sacchetto di patatine San Carlo tra i piedi ti accende gli occhi di rosso caramello, e la facciata del Municipio ci mette del suo, illuminata con i colori della bandiera francese in memoria della strage di Parigi compiuta in nome di un Dio che non ne sapeva niente.

Cammini e la coda dell’occhio pesca la vetrina tonda della Cappelleria D’Alò, mirabile quanto un resto di moda fossile. Chiedi indicazioni e niente ci vuole che noti il Coiffeur 2000 di Gino Tozzi, che dai favolosi Settanta ti presenta sull’insegna la capigliatura della rivista Lanciostory. E se ti gira storta, incocci lungo la via nel faccione di Michele Emiliano su poster, all’ingresso del Laboratorio democratico Pd dell’ex sindaco di Gravina.

E cammini, ancora, perché tutti nella vita andiamo verso un luogo. Passa «Michele ‘u pastòr’» ma non ti dice nulla. Passano i giovani che non frequentano il ponte-viadotto Madonna della Stella, al contrario dei turisti e degli escursionisti: «Si vede giusto qualche coppietta al pomicio».

Ed ecco ciò che di Gravina è tutto. Il verde, il blu, il vuoto di Botromagno. Con l’affluente del Bradano che scorre come la processione per San Michele, scavando, laggiù, sussurrando cose che non vogliono dir nulla. E si spinge oltre, collegando Matera e Altamura.

E tu percorri quest’arco di pietra disteso sul canyon, lungo quanto una vita, né meno né più. Sulla destra al suo termine c’è una salita che spazia verso testimonianze archeologiche, sparse a caso in zona su vari colli. Sei solo, come tutti, davanti a una grande vasca d’acqua verde marcito, nel silenzio che si disperde. Ed ecco, potrebbe capitare, come succede, che mentre guardi verso la cima di questa salita che, chiaramente, ti sembra porti a un luogo inabitabile e sconosciuto, alla girata, dall’angolo del muretto, spinto dalle ali di una folata di vento ti compaia improvvisamente il fantasma di una busta di spazzatura che fra le pieghe porta scritto quanto ti sei domandato finora.

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