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Mercoledì 17 Gennaio 2018 | 04:18

Mingo, Spugna e Selvaggi Un Halloween politico viva gli zombie Anni ‘80

Mingo, Spugna e Selvaggi Un Halloween politico viva gli zombie Anni ‘80

Da anni ormai quella che era una scadenza estranea alla nostra tradizione viene festeggiata con partecipazione crescente, e così sarà il 31 prossimo, Notte delle streghe, occasione di dispendio indotto: Halloween nel tripudio delle zucche sventrate e del terrore. Ma i protagonisti di questa rubrica del giovedì, «Attenti a quei tre», Mingo De Pasquale, attore, il suo cane non bellissimo ossia Spugna, e il giornalista-fotomodello Alberto Selvaggi, la celebrano a modo loro: riesumando come zombie i politici e i potenti ancora vivi e vegeti, che furono e non sono più. Per intercessione di Sorella Morte.

MINGO: Quando è sfiga è sfiga tosta. Al primo uscio al quale abbiamo bussato chiedendo il «dolcetto o scherzetto?» solito, ci è comparsa la Morte, presenza che fa paura a tutti.

SPUGNA: A me no perché seguo la natura.

SELVAGGI: A me neppure perché da un po’ ho compreso finalmente come vanno le cose. Per me Lei è una Sorella, oltre che un’amica. Perciò le ho chiesto di restituirci i politici che furono e non sono più ma che ci sono ancora.

MINGO: Un «Halloween politico», la cosa peggiore.

SPUGNA: Selvaggi va per fissazioni, non per convinzioni. È un infante di una certa età.

SELVAGGI: Parlate così perché non capite una pippa e perché non li avete conosciuti. Ma tutti noi giornalisti che ci siamo occupati in un modo o nell’altro di politica siamo orfani di queste personalità così ricche di materia grigia, cultura e colore. Ecco, finalmente, per magia della Livellatrice, i politici e i potenti esiliati tornare sul carro di fuoco delle nostre evocazioni. Deturpati zombie, inferociti dalla clausura.

MINGO: Dentro questo vortice che è allucinazione vedo Rino Formica, primo fra tutti. Sembra nervoso.

SPUGNA: Avrà riconosciuto Selvaggi: sicuro. Avanti, Selvaggi, racconta, se ti avanza un becco di memoria.

SELVAGGI:Salvatorino, cioè Salvatore, ossia Rino Formica possiede un cervello portentoso, sospettoso e incazzuso. Sta sempre schiaffato nel suo studio a due passi da Piazza Venezia, a Roma, sommerso dai suoi studi, dai quali emerge soltanto per qualche saluto con i compagni storici. Classe 1929, figlio di un ferroviere, doveva fare l’ingegnere ma proseguì come «commercialista di Bari», secondo la nota definizione. Ministro, colosso del Psi, coniò…

MINGO: Taglia, Alberto: ‘ste cose sono nei libri di storia. Noi dobbiamo offrire scemenze inedite, che diano però l’idea del tempo e della persona.

SPUGNA: Così farai ridere invece che pena.

SELVAGGI: E va bene. Dovevo intervistare Rino nostro. Egli, al primo contatto, certamente cogitò il solito, «mh, questo mi vuole frecare a me…», in barese, ovvio. Preventivamente mi fa inviare, nonostante i dinieghi, qualche domanduccia. Ma a stretto giro mi arriva una lettera firmata di suo pugno: «Lei verrà smentito dalla storia. Con le sue domande che sono risposte ordite secondo un disegno…», e frasi di questo tenore. In allegato accluse una Lezione di giornalismo di Luciano Violante, con la postilla: «Che le sia utile».

MINGO: Uah ah ah..! Fantastico.

SPUGNA: Un genio.

SELVAGGI: Viva «Ràino» Formica, fantastica figura. Torna fra noi davanti alla Nera Signora (e qui Rino si gratta di sicuro). Torna per ribadire che tra il ’45 e il ’92 «i partiti raccolsero senza inganno e senza sotterfugio fondi per una istituzione costituzionalmente garantita». E che con la scomparsa dei partiti storici «l’attività politica è passata nelle mani dei partiti personali e dei singoli operatori elettorali che hanno drenato risorse in ogni campo con astuzia, inganno e sotterfugio». Torna perché temo tu abbia avuto ragione quella volta a mandarmi a ‘fanculo.

MINGO: Mi sembrano teorie sovversive, Alberto, le tue. Ma in effetti l’ultimo dei segretari di allora sarebbe un gigante confronto a un leader di oggi.

SPUGNA: A me l’unico del quale è davvero dispiaciuto tra i desaparecido legati al Garofano è Ferdinando Pinto, ex gestore del Petruzzelli. Perché è imputato per bancarotta fraudolenta documentale in merito a una società di commercializzazione di croccantini e altri prodotti destinati a noi.

SELVAGGI: Ai cani, non ai mostri.

MINGO: Non offendere Spugna, che oggi ha una veletta vittoriana sul muso ed è molto grazioso.

SPUGNA: Così passa la gloria del mondo.

SELVAGGI: Il che prova che siamo fatti di vuoto. Ferdinando, charmant, bell’uomo, divorato dall’invidia ancora vivo dai concittadini del capoluogo di Puglia. Lo slecchinavano i santi e i porci. L’acredine lo condannò alla caduta. È stato assolto per l’incendio doloso. Idem per la bancarotta dell’Ente artistico, pur se grazie alla prescrizione. Davanti al Petruzzelli rinato mi disse: «Tutto era diverso allora anche perché eravamo più giovani. E quel tempo non è più nostro». Ma indomito: eccolo mediatore della cordata di Londra per la scalata al Bari Calcio, o impegnato in progetti come Stagione Puglia – Innovazione futuro, Twenty Philarmonia. Teneva i piedi nel Politeama dal 1973, che portò ai livelli della Scala per lustro. E oggi? Pure se rappresentassero un’altra Norma con rogo realistico e il carrozzone patetico del Petruzzelli d’oggi venisse ridotto in carbone non se ne accorgerebbe nessuno.

MINGO: La politica era democristianità, in fondo.

SPUGNA: La Puglia era in due, Psi e Dc, ai comunisti pagnotte minori.

SELVAGGI: Tutto era fantastico nella Prima Repubblica. Compresa la corruzione che è collante del mondo politico, come la menzogna lo è dell’esistenza di tutti. «Totò» Fitto è morto. In simile tragico modo «Titino» Lenoci. Il fratello Claudio, guadate le rapide dello scandalo Cooperazione, vaga senza sigari nel centro di Bari col suo sguardo bruno. Si sente osservato. È il suo punto di osservazione. Franco De Lucia cagnolotto, Graziano Ciocia, Daniela Mazzucca, Gianvito Mastroleo, più giovane oggi che allora. Intervista in orizzontale sospeso tra la folla a Silvio Berlusconi che dopo poco mi neutralizza con quattro parole: «Direi che è meglio sospendere la nostra conversazione». «Alberto, stiamo a una festa da Mimì Carella: muoviti, porta la chitarra classica, serve a Fred Bongusto che sta qui e ci vuole cantare delle canzoni. Aò, dagli ‘na mano a Fred nostro, lo candidiamo col Psi al Comune». E tu, Franco Borgia, smettila di ticchettare su Facebook di Ciclovia dell’Acquedotto in Puglia, o di ricordare le spanzate a Barletta «Da Bacco» fra cascate al tartufo. Se mangiavate a quattro ganasce tutto e per tutti, i vostri successori non sanno manco come ci si siede a tavola per sbafare soltanto per i cavoli loro.

MINGO: Mi sembra un’esagerazione.

SPUGNA: Selvaggi s’è invasato di amarcord, è l’effetto Morte.

SELVAGGI: Meglio quelli che ‘ste loffie di oggi. Vito Lattanzio, gigante democristiano, è spirato povero. Mi scrisse delle lettere, voleva incontrarmi per parlare di un nuovo soggetto politico che in testa gli prendeva forma. Madre Dc era il mondo nel mondo: party in un villone liberty a Bari dopo le elezioni. Baronie tribunalizie, due ministri, sottosegretari sparsi, Enzo Binetti, i Vernola, i Pisicchio, monsignori, lady Anna Dalfino, moglie dell’ei fu sindaco democristiano Enrico, suona il pianoforte, jazz, mi schiaffo alla batteria e…

MINGO: C’era Francesco «Cicci» Cavallari, re Mida della sanità privata, al contempo servo e padrone. Oggi fa il gelataio a Santo Domingo, 75 anni portati benone.

SPUGNA: Ennesimo «benefattore», dal pentapartito ai boss tenuti buoni. C’erano soldi ovunque, allora. E il forziere non aveva fondo.

SELVAGGI: Lo andai a trovare nella sua residenza di corso Alcide De Gasperi 513, a Bari. Appuntamento, primo bidone. Secondo. Terzo: «Eh eh, scusi dottore…». Senza mai dirmi no. Finché dopo il sesto episodio: «Sa, ho qualche timore…». All’ingresso della sua villa a Rosa Marina trovai un uccellino morto: «Beh?! Cicci, questa è roba sua eh?». «Ma no, sono credente, povera creatura», si commosse. E sul tavolo del soggiorno poscia si materializzò d’incanto un centone, guardato da un maggiordomo: «Cavallari è automatizzato con il mazzettone. Non se ne accorge neppure», dissi al fotografo della Mondadori. Correre sulle corsie di sicurezza nelle auto di Cavallari a 90 Km/h: «Ma è vietato, Cicci!». Mi rispose: «Embè? Paghiamo tutte le multe, sono nel budget, e risparmiamo sul tempo che vale più soldi».

MINGO: Che soggetti c’erano allora.

SPUGNA: C’erano? Ci sono.

SELVAGGI: Michele Emiliano si è appecorato con l’ex ministro socialista Claudio Signorile, quello del caso «lenzuola d’oro». Lo ha salutato «padre della patria», scippando voti alla sinistra «altra» che già aveva vari Alberto Tedesco come patriarchi in ogni elezione. Nichi Vendola, Emiliano governatore. Il nuovo. Che ha cambiato ogni cosa. Lasciando tutto al suo posto.

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