Martedì 21 Agosto 2018 | 13:42

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14 milioni di anime nel cuore pulsante della Stazione di Bari

14 milioni di anime nel cuore pulsante della Stazione di Bari
«Bari, stazione centrale»: su questo tema abbiamo chiesto a vari autori un racconto, un’emozione, un ricordo. Che ora pubblichiamo, giorno per giorno.

di ALBERTO SELVAGGI

Tutti i corpi hanno un cuore, ogni cuore è in un corpo, sia di fibrocellule, sia di ferraglia e di cemento pulsanti, ed è questo quello che l’organizzazione sociale ci ha dato: nostro Cuore Urbano Stazione Bari Centrale.

Non si muove. E si muove. Risucchia 35.000 transiti quotidiani, soprattutto pendolari, e li pompa da piazza Moro 1 lungo le arterie e le vene asfaltate che i capillari riaccordano in una rete di sangue, come globuli rossi, globuli stanchi, piastrine da poco, lungo lo scivolìo esistenziale del plasma, e nel ricorso ne accoglie altrettanti e li immette nuovamente nella circolazione, secondo la sua funzione di transito, di mostro meccanico che si fa muscolo, in autunno, inverno, primavera, agosto, affinché tutto resti al suo posto, e i treni si fermino digrignando all’input elettronico della fine corsa.

La Stazione Centrale è come le sorelle restanti del mondo italico. Decadente, atona, interrogatoria, svuotata d’essenza e pertanto empita di tutto. Rifugio liberty di derelitti, di affamati sfamati a turno dalle associazioni. Solido sotto la tettoia a falde piane, mentre iniziava a battere nel 1864 con due binari di corsa, nell’affannarsi di fischi cardiaci, di fibrillazioni di facchinaggio, «si parte», frenate autocontrattili: «Roma-Bari in arrivo sul binario uno».

Nella Stazione Centrale, se peschi anime, peschi ogni forma. Immigrati senza pezze al sedere, somali sopravvissuti nel Ferrhotel alle angherie di altri stranieri militarizzati, alienati, prostituti da quattro soldi, esimi professori che trottano verso l’Ateneo perché l’aereo non fa per loro, divorziati con il capestro sul collo, barboni inchiodati al marciapiede dalla legge vitale, musicisti sfigati, tutti pronti a irrorare attraverso le coronariche il tessuto miocardico, ritti o cascanti sul piazzale, entro il sacco fibroso dell’organo motore della città e dei suoi apparati interconnessi, fisiologicamente inumani.

Come tutti i cuori ci batte dentro senza che ne abbiamo consapevolezza. Talmente scontato, con i suoi 310 treni lunghi da 100 a 500 metri e le 340 corse bus quotidiani, da venire ignorato, e alfine rimosso come l’atto del respirare. Ecco perché abbiamo ritenuto necessario abbozzare una esplorazione rapsodica di anatomia ingegneristica sulla Stazione.

La struttura attuale, risalente grosso modo al piano regolatore del 1946 e da tempo ostruita di calcestruzzi, zone invalicabili interessate dal piano di riqualificazione di Grandi Stazioni spa, è destinato a una trasfigurazione modernistica e insieme conservativa sotto l’ala del pubblico FS e dei signori grandi firme Benetton, Pirelli, Caltagirone, Sncf. Si stende per lungo con un Ufficio dirigente su Piazza Moro composto da capostazione professionale, quadro, affiancato da tre persone, fra le quali uno o due deviatori, e dalla Diffusione sonora, col primo tecnico che coordina le tre linee sui comma dell’M53, manuale.

Ma anche questa, come nei corpi viventi, è illusione. C’è una mente tecnologica che custodisce il custode nel fluire di diastole, sistole, aritmie ferroviarie: il Sistema di comando e di controllo di Bari Lamasinata, zona industriale, Canalone, che telecomanda e teleguida la Direttrice adriatica per 1300 Km lungo 182 stazioni. Quaranta elaboratori server, 30 postazioni-operatore, il grande quadro sinottico a videoproiezione in tempo reale, 1000 chilometri di cavi in fibra ottica, in un divenire illustrato dai 15 dell’Ufficio movimento con annunci visivi e sonori.

Il ventre sconosciuto della stazione di transito, tra le 14 principali italiane, tre nel Meridione, si stende nella penombra digestiva sotto i nostri talloni. Un sotterraneo reticolare di vani tecnici al di sopra dei quali i deviatoi snodano le opportunità della vita. Di centraline e archivi dismessi, di magazzini, celle nelle quali un tempo la Polfer, che attualmente torreggia sul piazzale Ovest, rinchiudeva i manigoldi, secondo dipendenti andati in pensione. Percorso da tunnel mitologici che fino al borgo antico aprivano vie di fuga.

La superficie accoglie un fascio di dieci binari, due dedicati alle Ferrovie del Sud Est, quattro sul piazzale Ovest; confina con il lindore della Ferrotranviaria spa lungo la Strada interna FS, sorvegliata dal Sistema Tvcc, Direzione territoriale di produzione. Ed è calpestata da 14 milioni di uomini all’anno.

Sala attesa in attesa di riesumazione da lustri, due panchine e stop, rotonda sotto tendoni. Ufficio materiale rotabile, sede del Comando militare chiusa, tre sottopassi, verde, rosso, giallo, la nuova biglietteria, Freccia Club, Sala blu assistenza disabili, tabaccaio, libreria edicola, cappella spoglia intitolata a San Girolamo (riapre il 6 settembre), self-bar, bar snack da Spizzico 3,30 euro, cappuccino, acqua e brioche. Deposito bagagli, bagni tecno senza più scritte oscene in pennarello rosso, locali in uso per ditte esterne e Trenitalia. Interscambi sotto l’ala dell’Amtab, Appulo Lucane, Nord Barese. E un popolo di dipendenti a turnazione: 20 per le pulizie, esclusi i convogli. Realtà associative quali la Sezione Aisaf, in un’ala dell’ex Magazzino merci Bari Sud-Est.

Il piano ammezzato è sede di uffici e strutture di servizio. Il primo è occupato dal Servizio sanitario FS.

Questo cuore è composto da elementi dai termini oscuri: scarpe fermacarri, casse di manovra intallonabili, binario unico su lime a doppio, trasmettichiave, posizione della punta degli aghi, Ace a logica programmata. Affinché sia chiaro che anche la cardiologia ferroviaria è materia di studio.

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