Domenica 22 Luglio 2018 | 07:16

I piedi sulla città: la «Gazzetta» volò sul nido di piazza Moro

I piedi sulla città: la «Gazzetta» volò sul nido di piazza Moro
di ALBERTO SELVAGGI

Voi non ci vedete ma noi vi vediamo, qui appollaiati su due nidi d’aquila in vetro e metallo. Vicini alla stratosfera più dell’asfalto, della fontana di piazza Moro e dei poliziotti ectoplasmici che la presidiano nell’immaginario. Nell’intero ottavo piano del parallelepipedo nero che, uscendo dalla stazione, sulla destra si sviluppa come un palazzo, da martedì scorso ci sono i giornalisti della redazione centrale della «Gazzetta del Mezzogiorno», che è quella di Bari, uccelli elettrici che scrutano lo spazio, le strade, i treni e i binari atterrati sotto lo sguardo. Al nono piano gli uffici amministrativi e la nostra costola pubblicitaria, la Società Mediterranea.

Nelle altre redazioni niente è cambiato: Bat, Lecce, Brindisi, Taranto, Foggia, Matera, Potenza. Soltanto noi della capitale abbiamo traslocato: dall’edificio di quattro piani più tre interrati in viale Scipione l’Africano 264, ad «in arrivo sul binario tre, Bari stazione centrale», i cui echi ferroviari quassù giungono smaterializzati come risate nell’olio di hashish.

Siamo figli della vertigine, se la vertigine è il senso dell’altezza. Siamo figli ritornati al padre, se il ricorso storico ci vuole esattamente nel luogo su cui, fino all’abbattimento nel ‘72, sorgeva la magnificenza liberty del Palazzo del Giornale, cioè la redazione e amministrazione della «Gazzetta» che fece la storia di Bari, della Puglia, del Meridione, sormontata dalla cupola disegnata da Saverio Dioguardi, che rivaleggiava in splendore soltanto con Palazzo Mincuzzi, e i cui quattro telamoni, cariatidi maschie, reggevano l’edificio a rappresentare la tempra della città.

Ecco perché qui sospesi nelle gabbie lucenti e vaste a forma di ferro di cavallo abbiamo l’impressione di non essere soli, quando apriamo le porte alla percezione della sensibilità. Perché dalle fondamenta, dai piani bassi, dalle volte affrescate ad arco che le ruspe hanno disintegrato, sentiamo salire il crepitio di carte accartocciate e gettate nel cesto di vimini che accoglieva gli articoli malnati. Il ronzio impercettibile dei pennini che sfregavano i fogli impilati sugli angoli delle scrivanie dai piani in pelle verde e vinaccia.

Che meraviglia, ragazzi: il verbo era il verbo, e la parola, e il giornalismo esistevano ancora nel significato. Sentiamo la vertigine delle anime dei redattori defunti di cronaca, culturali, di rosa, di bianca, i tallonatori della morte e dell’inganno in bretelle e cappello e camicia bianca risalire le pareti striminzite scivolando nel vetro e nel metallo. E i licenziati bussare sospesi dall’esterno del palazzo, maledetti a ripetere, «direttore, richiamami». E poi le macchine per scrivere, tante, tante e nere, nere e grandi e pesanti ticchettare con la pesantezza e l’impeto di cavalli lanciati all’inse guimento: fìdati del tuo istinto, segui il tuo istinto, e il «flàp» accecante delle macchine fotografiche, dure come zaini da guerra, strette dalle mani ungolate di fotoreporter zombie che ancora colano il sangue immortalato. E il direttore, Raffaele Gorjux, arrivare, vivere, comandare, cacciare, e mediare quando i fioretti fungevano da querela nei duelli all’alba, «mi ha offeso gravemente in un articolo, voglio la mia soddisfazione, porti i suoi testimoni», sbattere fuori dal venerando Palazzo del Giornale, quello sulle cui macerie oggi riposiamo, l’imbecille che aveva sbagliato per la quarta volta il nome del prefetto in due settimane, «non metterai più piede in questo posto, accidenti!», e poi morire, sì, stramazzare come un corridore olimpionico sulla sua scrivania direttoriale, il direttore è morto, «è morto, guardate», perché così andò quel giorno, non è anedottica d’arte, e pensare che tutti noi non siamo che anelli finali, semplici prodotti, conseguenze, risultati di quelli che furono i cronisti che fecero questo giornale, e che oggi, abitati da nuovi abitanti, continuano, nella notte e nel giorno, a chiamarci.

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