Venerdì 20 Luglio 2018 | 03:19

Il nostro baresissimo «Fish Horror Show» Dalle pescherie alle tavole

Il nostro baresissimo «Fish Horror Show» Dalle pescherie alle tavole
di ALBERTO SELVAGGI

Anche a te un giorno potrebbe capitare camminando insistentemente per le strade di Bari, riscoprirti in un luogo da romanzo, profondo ventimila leghe, anche se da decenni pesti questa terra di sale senza che i mostri del mare ti abbiano chiamato, là dalle pescherie che abitano, distesi su letti di morte di ghiaccio, cavati come denti dalle onde oppure rigettati dai fondali con grido di maledizione, meraviglie del creato, meraviglie della vita, artifici che si fanno fratelli e che ci accompagnano, ci magnetizzano affinché soffer miamo i nostri sui loro sguardi stupefatti nell’essiccarsi delle squame, eppure ancora umidi, fotografie colanti dell’ultimo istante.
È un istante marittimo. È diverso dall’agonia terrena che ci rimandano i campisanti di cipressi, lapidi e urla soffocate. Sono cadaveri immaginifici, inquietanti, aberrati, insidiosi, mortali, ossessivi e ossessionati, grotteschi, abbaglianti di fatalità.

A me è capitato d’improvviso di scoprirli. Perciò potrebbe accadere anche a te. Venirne illuminato. Cercarli nei negozi fra la montagna odorosa del pescato. Scoprire un microbico malformato e dopo un gigante. E fotografarli magari, catalogarli nell’a rchiv io delle difformità esposte ovunque in città, scrutarli nella distanza ravvicinata grazie alla quale cambiano aspetto, sulle bancarelle davanti a pescivendoli interroganti come le vittime che smerciano a brani.

E allora, quando avrai capito che anche questo è amore, quando avrai colto l’amore del perturbante, non ti sfuggirà più, mio adorato discepolo, fratello del mare, il grongo dall’occhio gigantesco allucinato che con denti giurassici protende le cartilagini a cantarti l’orrore del mare e l’abisso che guardi e che ti guarda. La penna (palombo) dalla pelle di suino grigio, dal grugno irrorato di sangue, creatura irreale nella perversione della sua fissità. Le sogliole dagli occhi sbilenchi come gelatine di Picasso, il piattume cubista del rombo bocca di fragola con due bilie piantate a caso nel cranio, buone per osservare dal basso le carene che navigano. La rana pescatrice dai denti di fumetto venusiano e la razza rosa a pois. Nella vaschetta di un marinaio del Porto vecchio scoprirai che le tagliatelle bianche che servono a tavola sono in realtà creature color alga macera, teste tentacolari come quelle degli alieni marini nei film fantasy, e che nell’aberrazione delle palpebre covano iridi lucenti di malvagità.

E ritroverai altre seppie ammassate come schiave africane sui tavolacci, languenti nel nero di inchiostro fuggiasco. I polpi vivono dello stesso inganno, si impennano spastici, si rigonfiano, vesciche verdastre, negli spasmi con i quali cercano scampo dalla prigione di plastica. Provenienza Zona Fao 37: spigole scure, ramarri del mare. La testa di porco di un pescespada con l’etichetta sull’arma impennata come una nave nel tifone, come un moschettiere proteso verso la luce che dal soffitto effonde sulla merce una lampara. Gallinelle giganti, trasparenze squadrate che lasciano intravvedere la loro sostanza di feti rosati, lembi extraterrestri orripilati, a riflettere vendetta dall’occhio giallo, a ruminarla nel becco di papera, banale come il male offerto in pescheria allo stupro dei passanti.

L’abisso mediterraneo rigetta le sue forme sulle spiagge e noi di quelle constatiamo gli archetipi che ci rimandano alle origini, a quando il mondo è incominciato, per ritrovarci così, tutti insieme, ai piedi degli scogli che raccontano i segreti, perché sono i nostri segreti, nostre brutture metafisiche che nuotano, che ci attraversano l’anima perché di noi conoscono tutto il sapere che ci siamo negati. Amabili mostri del mare. In via Fanelli trovi un tonno con lo sguardo furioso di Orlando, lo afferrano come un poppante e lo depongono per affettarlo. Al Libertà due teste di cernie decollate come San Giovanni sul feretro di grandine, dalle quali una crudeltà giapponese ha sezionato profili dalle labbra cogitabonde di negro. I loro globi oculari, strabuzzati come palle di cannone, piangono lo stupore della morte, sopra bocche eternamente ingrugnate, deluse dalla vita, nella speranza della consolazione di un santo o di un saggio. Nel retrobottega della pescheria scorgi i gesti di un uomo dalle braccia taurine che decapita gli esemplari più grandi. E dalla forza che imprime sul filo di lama capisci che una lisca siffatta non è meno salda del collo di un criminale ghigliottinato in Arabia perché ha violentato un infante.

Ma soprattutto sulla litoranea per San Giorgio e Torre a Mare, in cimiteri arredati con corone di limoni e festoni di alghe, anemoni e gamberi, puoi trovare i mostri del mare più belli e numerosi. Serpenti giganti. Colossi di bavosa. Bisce snaturate. Pietre pinnate che palpitano. Una murena: «Si mangia?». «Certo che si mangia, altrimenti sul bancone che ci sta a fare?».

Lì colta nell’ira di Medusa, sepolta senza estrema unzione dai becchini della costa, con la dentatura sguainata nel collo da lottatore. E il pesce San Pietro dall’espressione di commedia cupa. Scrutandolo capisci che la sua liscezza cartilaginosa si aggrega a modellare un fantastico mascherone deforme a muso lungo. Che è un pesce amabile, buono, pensoso, e che senza dire sa dirti molto. Che la sua bocca a imbuto si è fermata nell’istante di pronunciare una parola, il grugnito strambo che emette alla cattura. Che, se non gli altri pesci, questo sicuramente mostra la sofferenza dell’uomo. Che è messaggero non santificato di una annunciazione dai pescati nel mondo. Che è padre di una Chiesa ittica di correnti sottomarine, verità e congregazioni acquose: Pietro è il mio nome. E che là stecchito accanto ad altri apostoli a lui ignoti può dirti soltanto: «Mah, chissà».

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