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Martedì 23 Gennaio 2018 | 01:30

Ciao, caro vecchio resti il campione fra gli emarginati

Ciao, caro vecchio resti il campione fra gli emarginati
di ALBERTO SELVAGGI

Ehi, vecchio, vecchio spalmato in panchina su piazza Diaz, dico a te, dato che posso ancora chiamarti così, così come sei, invece che diversamente giovane, o altrimenti anziano, senza che in nome del politicamente corretto venga qualcuno ad arrestarmi. Ti saluto vecchio, che mastichi amaro nell’inconfessata coscienza di appartenere all’unica categoria sociale espulsa dalla società. Perché sai che non servi. Tu che a Japigia non vai al ritmo infuriato delle casse nel supermercato: vecchio, reietto, solo e solitario. Recuperano i naufraghi veri, finti o armati. Recuperano i pedofili, perfino, gli zingari del furto integrato. Niente per te, vecchio fottuto, e la tecnologia è la prima arma del sistema che ti va emarginando.

So cosa pensi. Non ci sono più musicisti perché musicisti sono tutti, non ci sono i cantanti perché nei talent-show sono tutti cantanti, non ci sono più i fotografi perché fotografano tutti in 13 megapixel o in otto con gli smartphone, non ci sono più i giornalisti perché lo sono tutti, non ci sono più gli scrittori perché scrivono tutti e vai a capire nel relativismo democratico della dittatura se Shakespeare è migliore della tua badante di importazione che compone poesiole.

Non sei in Medio Oriente, dove si porta rispetto alla venerabilità degli anni. Non sei in Oriente dove si inginocchiano per bere il succo delle labbra insterilite. Sei sul Lungomare, condannato nella virtualità di novità vane, in un regime di immaturità generale che non può vedere, perché lo rifiuta, il tempo che passa, nella spietatezza dell’oro d’infanzia che deve sfocare lo sguardo che valica la punta del naso, depennare l’intui - zione di un aldilà mortale, per continuare a vivere, nel sopravvivere, tanto che soltanto spezzando le catene del condizionamento ombelicale, soltanto approdando allo scoglio duro della realtà, aprendo gli occhi nel mattino ti accorgi per la prima volta che la vecchiaia esiste, che i vecchi ci sono, attorno a te, dietro, e avanti, e sono tanti. Tanti vecchi che piangono.

E ti viene di urlarlo nel Municipio di Bari, come alla maggioranza delle amministrazioni italiane: esistono dei rifiuti che si chiamano anziani, rappresentano la grande maggioranza dei viventi e degli espurgati, non sono previsti contenitori per la raccolta gerontologica differenziata. Ed entri nei loro occhi. A questo punto è facile. Entri negli occhi annebbiati che guardano nei confini del tempo di quello che Bari è stata, quando i canoni della bellezza non si ordinavano unicamente sul difforme delle utilità. Te la ricordi, vegliardo, Bari? Noi da quest’era possiamo sognarla nei tuoi ricordi che si fanno quadri. Guardiamo una città senza macchine o quasi. E questo già modifica completamente la visione urbana. Una musica, dalle strade bianche di polvere e piatte, sale nelle sinfonie del paesaggio.

Il mare si scava la fossa nella vagina della Muraglia, è un atto sessuale di frigidità. Ci sono uccelli che spazzano l’aria, ci sono bambini col sedere sozzo che giocano a tappi, a bilie, palla di pezza, verruzzo che sarebbe una trottola con un chiodo piantato dallo zio di qualcuno che è falegname. Le donne sgravano. I pesci saltano e muoiono. E tu, vecchio dannato, ancora giovane fai all’a m o re passando e ripassando sotto il balcone di una vergine da sverginare, figlia di un’amica di un’amica di tua madre. Siete fatti uno per l’al - tra. Perché siete fatti per nessuno. E nella maestà dell’amore, nella vastità del creato di Bari, si stagliano palazzi ad altezza umana, perché l’altezza stessa orientava l’estetica delle filosofie architetturali. Nessun grattacielo, credit card, pass, online. Niente di niente, se non l’amore del mondo e dell’umanità.

E tu ami, vecchio, e amando fai figli e gli assesti gran sberle se è il caso, cioè quasi tutte le giornate dell’anno. E chi se ne fotte della scuola, vecchio, tu sei già grande così, tuo figlio stesso lo sarà, Mussolini gracchia in Piazza Prefettura, «il Fascio, il Fascio, il Fascio!». Non c’era - no ancora i Nas a impiccare quelli di Nder r’ à la lanze. Non c’era niente e non c’era nessuno, mio vecchio adorabile, se non il mondo e tu che sei nato per amare.

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