Lunedì 23 Luglio 2018 | 03:51

Maccio Capatonda si confessa a Capa Tonda

Maccio Capatonda si confessa a Capa Tonda
di ALBERTO SELVAGGI

BARI - È strano incontrarsi doppi distinti e coessenziali al contempo. «Gemelli diversi, per certi aspetti, tra i quali le capocce sferiche che ci ritroviamo e i nomi identici, separati tra loro soltanto da uno spazietto». Io, Capa Tonda, manifesto d’abiezione politica nel fallimento di Rifondazione Ricottara, il più corrotto partito della crosta terrestre, tu, Maccio Capatonda, predestinato incosciente all’incarnazione dell’Italiano medio, il film che in questi giorni sugli schermi crepita in fuochi denaturati di genio. «Sono davvero contento che ti abbia fatto ridere, e del successo ottenuto anche a Bari e tra i pugliesi».

Io, umanoide giallo sceso in campo nelle passate elezioni locali fondando comitati elettorali caseari sostenuti da un simbolo offerto da Ricottine, le hostess di partito, da trasmissioni quali Ricottaresimo oggi. E tu, espulso a Vasto dall’amnios sotto il nome di Marcello Macchia ma cresciuto a Chieti, rotolato tra Roma e Milano da Rai3 allo Zoo di 105, Mai dire… con la Gialappa’s, La7, Mtv nelle irresistibili spoglie del giornalista Mario: attore comico e regista di finti trailer, spot ingannevoli, serie tv ispirate al surrealismo corrosivo, potenziato dall’ebetismo strategico di anti-attori quali Luigi Luciano (Herbert Ballerina), Enrico Venti (Ivo Avido) e quant’altri magistrali inespressivi.

«Tuttavia la prima differenza fra me e te, caro Capa Tonda della Gazzetta, è che io per strada vengo chiamato Maccio, e quasi mai Capatonda». Mentre la mia figuretta talvolta è salutata da un cantinelante, uè Capa Tonda. «Non me ne farei un problema». Permanendo nel mio alter ego di mezzo uomo e mezzo cartone animato, me ne faccio, invece: alcuni mi hanno accusato di aver copiato il mio nome dal tuo. O che tu abbia ripreso il Capa Tonda da me. «Il mio nome, Albert… uh.., cioè, Capa Tonda, deriva da un mio vecchio lavoro, La febbra. Il tuo è recente». Sì, Marcel… cioè, Maccio Capatonda: ha un anno appena, ma non l’ho copiato da te. Non sapevo neppure esistessi, finché quest’estate Andrea Scanzi, firma del Fatto, mi rivelò attraverso le labbra della sua barbetta che esisteva già un Capatonda, ma scritto tutto attaccato. «Da cui le tue crisi di identità si saranno alimentate». Non so, dato che sussisto nell’inesistente. Però sento di farti un pubblico ringraziamento: ti adoro, mi fai impazzire, sono andato al cinema a vedere il tuo Italiano medio e mi contorcevo fra i tuoi balletti compulsivi pelvici e i venti metafisici del ventre di quel Giulio Verme. A un certo punto mi ha preso una risata irrefrenabile che mi stava provocando rigurgiti di maiale sventrato, da poco ingerito. «Beh, questo non è piacevole». Dimenandomi sono finito quasi sulla poltrona di un tatuato vicino (ou! E stai attento!), di quelli che riducono in coma a calci l’amico dopo una lite in discoteca, o partecipano ai talent trash che tu sezioni nella pellicola col bisturi parodistico. Non mi accadeva dal primo film di Fantozzi, dato che i comici di solito non mi fanno particolarmente ridere: preferisco i non professionisti. E il mattino seguente, nello sciabordio drogato del sole, da solo ho riattaccato a ridere.

«Beh, vedi, evidentemente Maccio Capatonda e Capa Tonda, che fanno due cape al cubo, potrebbero allearsi, sul serio. Ambedue scaviamo nella realtà, fissiamo istantanee oggettive e quindi facciamo anche denuncia. Esibiamo una realtà estremizzata, esasperata, spacciandola come paradosso, ma che poi si autodenuncia come realtà ancor più reale di quella che rappresenta». Mi è capitata tra gli occhi in tv Maria De Filippi dopo aver visto il tuo film, e ho pensato: Maccio è stato superato in schifìo dalla moglie del Costanzo Show, doveva fare di peggio. «Preparai un finto trailer di cinepanettone, ma poi quello vero a Natale lo fecero ancora più orrendo, allora dovetti rimontarlo con una robusta aggiunta di rutti abominevoli».

Dallo spettacolo alla politica: mentre segnavo la via maestra del male nella campagna elettorale di Rifondazione Ricottara, partito che sfoggia una ricottona nel simbolo, i candidati mi surclassavano schiaffando davvero i parenti dei boss in lista. E mentre esaltavo la servitù volontaria al potere dei rei, mi ritrovai appresso un paio di professionisti di campagne elettorali informatiche che mi fecero: se scendi in campo tu, Rifondazione Ricottara la fondiamo sul serio, per i finanziatori non c’è problema, becchi voti a destra, ma assai pure a sinistra e un po’ al centro.

«Nessuna delle nostre due Cape può denunciare per plagio l’altra. Lo stesso immaginario anatomico della testa rotonda richiama l’ignoranza dell’italiano medio». Che è elettore medio. «Certamente: i votanti non sono migliori della classe politica che scelgono». Non scelgono nulla. «Appunto, io stesso: che me ne imborta a mme?». Io sono peggio di te: non me ne straimbborta, con la doppia bi, un bel niende. «Scopaaàre!» (un leitmotive del film Italiano medio). Scopaaàre! Maccio, cialtrone apocalittico, analfabetizzato teledipendente, mi fai ammazzare dalle risate. «Poi mi spiegherai come t’è venuto in mente ‘sto confronto di cape al vertice». Forse temevo di denunciarmi. «Siamo entrambi due copioni della realtà, e andremmo denunciati per plagio: cioè dovremmo autodenunciarci, e poi denunciarci». Non ti seguo, ma mi fido. «Siamo ambedue italiani, della politica ce ne freghiamo e così la politica ci frega». Dimmi che detesti lo zinghe e zanghe politicizzato del piffero. «Sarebbe?». La taranta. «Sono stato in Salento in vacanza, ho la nonna di Ostuni, sei contento?». Hai un milanese partorito a Molfetta, tuo autore chiave. «Sergio Spaccavento». La perla di Caparezza non bastava all’ostrica di «Muffìtta». «Talvolta soggiornavo a Torre Coccaro perché la mia ex cantava lì. Ma adesso dopo il botto di Italiano medio l’unica cosa che voglio, prima di passare al nuovo film e alla prossima serie di Mario, è fuggire in vacanza all’estero. Sono a pezzi». Io no, perché non sono mai nato.

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