Venerdì 20 Luglio 2018 | 07:08

Tristezza e speranze di un tale chiamato Uomo di Torre a Mare

Tristezza e speranze di un tale chiamato Uomo di Torre a Mare
di ALBERTO SELVAGGI

Nella ridente piazza Umberto, mentre dietro alle siepi spelacchiate probabilmente sei nordafricani stuprano una ottantenne disabile sotto i videofonini dei ceffi barivecchiani, incontro Riccardo Riccardi, che con il fratello Vittorio su quei giardini ha studio legale accorsato. Mi aveva mandato a chiamare per un problemuccio attinente il suo ruolo di padre putativo che lo angoscia tanto: il figlioccio Francesco Ventrella, inebetito al suo fianco, uno dei 36 avvocati esistenti in città (sempre troppo pochi), mostra segni di un disturbo mentale non catalogato nel DSM-V: la «sindrome di Torre a Mare».

Il villaggio nativo con le sue sorti sono da sempre il pane di questo ragazzo. Ma l’impegno da un po’ ha assunto tratti monomaniacali. «Perciò – lamenta Riccardi - parecchi lo chiamano, l’Uomo di Torre a Mare». Se Matteo Renzi appalta il Quirinale, Ventrella commenta: «Mah, bisogna vedere che ne pensano a Torre a Mare». Se il Murat è irrorato dai raggi: «A Torre a Mare di più». Il suo cervello annaspa su «dragaggio», «rifiuti abbandonati», «le alghe!», «la Torre grave problema», «litorale», «degrado» come nel fango le ruote di un carro. Ma basta seguirlo in questa promenade sugli acciacchi dell’unico romantico, rasserenante, desiderabile nello stesso kitsch diffuso e nella decadenza dei manufatti, a misura d’uomo quartiere di Bari (nella stagione invernale) per comprendere che la «sindrome di Torre a Mare» sarebbe soltanto un’altra falsa malattia inserita ad arte nel DSM aggiornato. I «pelosini» (antico nome degli abitanti del borgo marinaro) come il sindaco Antonio Decaro, o come il marò Salvatore Girone (siamo con te, fratello!) che dall’India tutti aspettiamo, sanno di cosa parliamo.

E meglio di tutti l’Uomo di Torre a Mare. Ci trascina sul porticciolo, cuore e ragione del villaggio. Da anni è l’incubo di pescatori, diportisti e residenti per il dragaggio che latita da quando non c’è più la «draga» che evitava l’elevarsi in sedimenti del fondale, dacché la barriera naturale sottomarina si è sgretolata. In molte zone è impraticabile, la sabbia malsana insozza piazza e negozi quando spira il maestrale, invade l’a re a di alaggio. Il Consorzio valori Scarl dopo oltre dieci anni dovrebbe intervenire per la bonifica preliminare, si sogna entro marzo. Ma in agosto, se poi mai sarà, i lavori continueranno: stagione bruciata.
L’Uomo di Torre a Mare, ossessivo men che ossessionante, ferma le suole davanti alla Torre Aragonese, simbolo cinquecentesco del quartiere, dove – supponiamo – da ragazzetto andava a pomiciare. Perde pezzi di rattoppi posticci frutti a loro volta di incuria, l’intera area è transennata. Affidata all’Archeoclub, parzialmente pericolante, si sta tuttavia rivelando un valido defecatoio per cani.

L’Uomo di Torre a Mare, mesto, barba sfatta, s’avanza. Le onde stanno divorando la costa, a San Giorgio interi tratti sono allagati. E a Cala Colombo ‘sto Ventrella, praticamente, piange: crepe nell’asfalto, strada chiusa al traffico. Indica con schifo, «rimmato da tutte le parti», «fazzolettini mùciti», muretti cascanti e recinzioni in cancro. Cita lo Studio di fattibilità che prevede 32 interventi urgenti fino a Torre Quetta. «Passeggiare per via dei Trulli, il nostro lungomare – declama -, è triste, la dolce brezza del Levante non arreca alcun sollievo all’animo». Una frase molto bella. Commovente, oltretutto. «Beh, Ventrella – mi congedo -, avrei un appuntamento con amici per andare a pescare colibatteri da queste parti». Egli accenna alla sua battaglia vinta per la differenziata: «Capisco …», annuisce. Tristissimo.

Per giorni – e meno male – non ho saputo più nulla dell’Uomo di Torre a Mare. Mi sono guardato bene dall’interrogare il paterno avvocato Riccardi. Finché mi è giunta notizia che il suo borgo amato fino alla petulanza gli aveva teso una trappola: Ventrella si era schiantato con l’auto contro un pilone nell’ag ro di Torre a Mare mentre faceva rotta verso Noicattaro. Anche se i pelosini accorsi sul luogo del disastro, soccorrendo il ferito con gli occhi si dicevano l’un l’altro: «L’Uomo di Torre a Mare, sopraffatto dallo scoramento, se l’è cercata».

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