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Mercoledì 17 Gennaio 2018 | 10:05

Non più solo pesce a Capodanno cenone davvero «emiliano»

Non più solo pesce a Capodanno cenone davvero «emiliano»
di ALBERTO SELVAGGI

No Cannavacciuolo. No Vissani. No Almo Bibolotti. No altri master-chef abusati. Nessuno meglio del presidente della Regione, Michele Emiliano, può presentarci l’esempio della abboffata liberatoria per il cenone di Capodanno.

L’altro giorno con due amichetti sono approdato a Santeramo in Colle, un luogo fantastico che possiede una piazza Chiancone di semplicità brutale, popolato da paesani talmente genuini, impagabili e franchi da apparire snudati, un centro divinamente rurale, disconnesso dallo status temporale-spaziale, nelle cui architetture cubiche irrompe la volontà della campagna. E mentre mi beavo della sua umanità scomparsa, lambendo con lo sguardo i trattori che trottavano, ho ricevuto l’imbeccata gastronomica di fine anno dall’ingegnere che ci aveva invitati: «La storia delle spigole e degli astici di Emiliano è superata », ha detto il santermano. «Ovvio, sono passati secoli». «Ma non sai che dal prodotto ittico qui da noi è passato alla carne. Su Facebook, sul web ci siamo passati per mesi, fino a un annetto fa, pure delle testimonianze filmate: altro che cenone di Capodanno, una mangiata spettacolare, ancora se ne parla» .

Così abbiamo imboccato via Roma, il corso principale occhieggiato da ringhiere di balconi liberty di fattura rara. E giunti al civico 28 ci è apparsa all’ingresso dell’Antica Macelleria Lassandro, bomboniera di carni rosate, l’insegna di un maialotto satollo e grasso. Nessuno ha fatto collegamenti tra il faccione di Michelotto e quello dell’animale. Ma siamo rimasti di sale: nah! Il fornello, che produce pure salumi artigianali da onanismo selvaggio, è munito di un’area brace linda quanto una camera iperbarica.

E mentre grufolavamo nei taglieri per gli assaggi, altri autoctoni che erano lì a cenare hanno raccontato, divertiti, esaltati, in qualità di testimoni la transumana spanzata. Emiliano irrompe nella bottega dopo un convegno con altri politici e reclute di Stato. Ma presto una forza malvagia gli imprime nelle orbite il moto rotante tipico dell’asino murgiano: egli cava fumo dalle nari, pare assatanato, la mandibola tartaglia come slogata.

Dopo lo pesce vuole la carne. «Date da mangiare a Michele!» si libra un grido pidino traverso la piazzetta sul retro alle fornaci. Il brutale istinto emiliano prorompe come quello di Cerbero e Ciacco nello Inferno di Dante. Magna da affamato, s’infilza la gola con spiedi di carni ammortizzate da peperoni e cipollazze, inghiotte patate, tagliata a straccetti, zampina, cosciotti, carpacci, salame di cinghiale, suino incrociato con vino primitivo pesante, ventresca, formaggi contadineschi che san di contado. Niente più frena l’ex magistrato che innanzi a sé visualizza il Terzo Occhio orientale convertito al modo di Bari, che porta inscritto: «Tanto sta tutto pagato».

I vicini di tavola sono insieme stupefatti e ammirati: «Emiliano, dal pesce alla carne». Curiosi di passaggio osano avvicinarlo: «Possiamo riprendere con i videofonini?». «Certo – scatarra magnanimo -, fate che c… vi pare, basta che mi lasciate mangiare». L’omone fantastico ha già ingurgitato ciccia pesante quanto un consigliere morto vendoliano. I commensali, ambientalisti indigesti, democratici ‘mbriachi si sono fermati. Ma la voracità urlante del Nostro batte ancora cassa. Michelone adocchia una pancetta grossa quanto ‘nu cane che pende dal soffitto del locale: «Vuoi vedere che ci spazzoliamo pure quella in un amen?» sfida Peppino e Antonello fuochista, padre e figlio, i titolari. «Tiratela subito giù di là!». E, in nome di tutti i buongustai della Consiglierìa comunale di Bari, passa dalle parole ai fatti, annientando gli amici che piluccano come lombrichi stonati, e inglobando quel grasso suino nel suo grasso umano.

Alla fine due vaccari stimeranno, a occhio, un aumento di 24,5 Kg nella sua mole metropolitana. Ecco, questo è il resoconto spifferato dall’ingegnere e dai suoi amici compaesani, clienti fedeli dell’Antica Macelleria Lassandro. Vi saluterei qui non fosse che ho qualcosa da confessare. Ho mangiato anch’io con i miei sodali a ufo aggratis. Qualcosa è stata offerta anche dall’oste macellaio. Sono rientrato a Bari come il nuovo presidente della Regione, unto e avvinazzato, con una cassetta di capocollo e fegatini tra le zampe. La riporrò al fresco nel piatto doccia per il Capodanno, non nella vasca da bagno.

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