Domenica 22 Luglio 2018 | 07:18

Peroni, mortadella e padre Salomone ecco la vera trinità

Peroni, mortadella e padre Salomone ecco la vera trinità
di ALBERTO SELVAGGI

«Forza Leeécce!» «Viva ‘u Mnàpl (Monopoli) e abbasso il Polignano..!». Buoni, un momento... Calmi: scherzavo. Non mi sognerei mai di spernacchiare le tribù biancorosse, anche perché in redazione, esattamente come fecero quando minacciavo di scrivere delle magistrate di Bari (che peccato, proprio io che vi desidero tutte e v’amo!), mi hanno consigliato di «non urtare certe sensibilità». Che tradotto significa: «Se sbagli a parlare ti incaprettano e basta».
Eccessi prudenziali: perfino un non tifoso come me, ignorante in calcio quanto altri mai, non può che condividere l’amore risvegliato - e tradito negli ultimi tempi soltanto in parte -, l’appartenenza all’entità sovrana e perpetuale del Popolo dei sostenitori della Bari.

Vivere il tifo è un po’ come attraversare la variante mondana della fede. E se c’è un Dio del pallone sceso sul prato dell’immaginario, anche se i semidei provano a trascinarlo nel fango delle scommesse truccate, o dell’accordo truffaldino societario, risplenderà sempre tra i boati «iè gol!» che lo accompagnano. Sopratutto quando aedi omerici come Michele Salomone lo cantano nelle radiocronache, spettacolo nello spettacolo, perché senza Salomone non è vera Bari: «Glielo ho chiesto cento volte a Paparesta - si infervora in pizzeria rizzando la mito-pelata -: chi c’è dietro la società? Non parla, ma me lo dirà».

E se Salomone, occhiali e tutto, è il pilastro amabile, sapienziale delle tifoserie, tanto che nell’innodica sillabano il suo nome perfino i rapper, senza Gianni Antonucci (più longevo di Matusalemme e conservato meglio del sarcofago di Amenofi IV) non c’è vero dibattito. Così, fra le tante meravigliose cose che ci offre la vita, anche un inappetente come me può citare la gioia di guardare, oggi dopo la vittoria sul Trapani come 106 anni fa, ultrà tinti di purezza e di sangue; Domenico Colella, detto Mimmo «Biancolàt», salumiere in Carrassi, addentare teglie di parmigiana, allievi e polpi crudi nelle aree di sosta durante le trasferte coi compari del pulmino nove posti noleggiato, e tra gorgoglii di Peroni impennate, lasciarsi fotografare dai nordisti inorriditi con orgoglio patrio. Tanti altri, riconoscibili da portachiavi e t-shirt «i’ sò d’ Bbàre», scaramantici inguainati in boxer dello shop online «Bari ti amo», e finanche i cani bardati del fazzoletto dedicato hanno donato il fegato non alla Banca trapianti ma alla squadra.

Raggiungono gli stadi con le pupille dilatatate da visioni teatrali pasoliniane: otto gol su rovesciata, tuzzo in porta - non testata - con Salomone che si libra aureolato sul campo urlando nelle Sette Trombe l’Apocalisse di un «palla in rete, palla in rete!» sul trasalire corale di neumi alleluiatici. Il calcio è una dimensione comportamentale extraterritoriale - come l’an - tropologia ha dimostrato - di metafore di territori di caccia. Quindi non devi stupirti se vedi un primario fresco di messa in Basilica mutarsi al San Nicola in bestia digrignante: «Guardalinee di m..!». Né il docente universitario, con face-painting Sioux rosso e bianco, precipitare in un delirium tremens clinicamente non più affrontabile. O avvocatesse lucane come Maria Clemente, erede delle Ultras Girls scomparse, scotennarsi sulla Curva Nord vicino al gruppo 080 in incitazioni portuali tra il club dei tifosi legali, omaggiati con panini alla mortadella e fecazze dai clienti «ingiustamente accusati», se si occupano di penale. La Bari è amore, e anche se si soffre tra un gol lisciato e un’aggressione a Daniele Sciaudone, si ama. Su solobari.it l’idraulico rimbecca il primario vendoliano stimmatizzato Asl.

In corso Cavour panificatori quali Palesano espongono il Vespino d’epoca dipinto gallinaceo, colori sociali che si sono impossessati perfino delle maglie rosablù della femminile Fc Pink Bari. Ci sono il cuoco che esegue rituali propiziatori pre-partita, indossando il grembiule «Bari nel cuore» al contrario, la manicure che si è tinta i glutei «quando tornammo in A», l’impiantista che da Brighton invia l’autoscatto dal locale indiano nel quale ha scovato «la Peroni originale», sorta di biberon per i tifosi purosangue; il catechista in tanga del merchandising, allo stadio con il delinquentone sottobraccio. La fede è la stessa, che si preghi o si ammazzi: forza Bari.

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