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Martedì 23 Gennaio 2018 | 07:10

Viva i supplenti para-cassini di una scuola decadente

di ALBERTO SELVAGGI

Sapete, sappiamo, miei cari amici (incipit retorico ripreso dall’incedere democristiano in declinazione meridionale) che il governo di Matteo Renzi, specie di gommolo incipriato, ha firmato in gran pompa tra il lecchinaggio incrociato un’altra risolutiva risoluzione italiana. Ha salvato la squola (da oggi in avanti in Italia va scritta solo e soltanto con la «q»), già carretta del mare di migranti spremuti e fustigati. Dando così il corpo docente, secondo l’uso scafista, in pasto ai pescecani per alleggerire il carico.

Ha abolito insomma la figura storica del «supplente», incaricato di soccorrere il sistema istruzione schivando durante le ore di lezione cassini scagliati alle spalle, fronteggiando il piglio denigratorio dello studente conscio di avere di fronte un mercenario e non un patriota suo malgrado che alla fine dell’anno gliela farà pagare. I supplenti, esercito inerme di senzacasa, erano i portaborse dei frustrati. Derelitti tra gli sfigati. Inservienti nel bordello squola fatto di aste, lavagne digitali mai attivate, di fotocopiatrici intruppate e senza risme, di cessi privi di carta e altre afflizioni di von Sacher-Masoch; precari dimidiati fra gli eterni precari insegnanti, più di loro stimati in società quasi quanto una chiavica.

Ma i supplenti tappavano le falle, davano una mano campicchiando: spiegatelo al codazzo ministeriale neo-rinascimentale renziano e al solista capo. I supplenti, per quanto irrisi, talvolta brutalizzati, entravano nel diritto degli almanacchi scolastici, talvolta perfino nell’immaginario delle classi. C’era la supplente giovane e bella causa in molti studenti di mutismo e cecità. C’era il supplente svampito. C’era il fragile che rivendeva il suo smarrimento al soccorso del bidello di passaggio: «Statevi zitti e lasciate stare il professore, sennò chiamo il preside!». «E sai che ce ne frega di quel co..?».
C’era il rattuso beccato dai ragazzi in escursione con la precoce del terzo banco. C’era la prof incaricata una sola settimana che veniva umiliata, quindi rigettata come un innesto dalla classe lungo scie di pianto: «Signor preside, uno studente si è messo con il coso di fuori e mi ha presa in giro». «Ah, mi dispiace, può anche darsi che io gli rimproveri, in tono silenziato, una vaga insolenza. Tuttavia consideri che poteva anche impiccarla, stuprarla; per cui la invito a una certa comprensione».

Tutti i supplenti, quando non padroneggiavano la mnemotecnica dei dialettici medievali, sgarravano sistematicamente i cognomi: «Salveggi vai al banco» «Larusse smettila di sputare sulla mano del compagno» «Professore, mi chiamo Lorusso» «Va bene, Lorusse». Alcuni supplenti della provincia si sono impressi sulle nostre fronti oscurando i titolari di cattedra. Tutti siamo rimasti abbagliati dal «disarticolato», dal «puzzone dai capelli sfatti», dalla «cicciona dalle gote violette». C’era la «cefala che odia i maschi». C’era «la recchia che odia le femmine». C’era l’«assatanata» da B-movie alla Carmen Villani, che s’eternò ne La Supplente e in La supplente va al mare. E c’era anche lo «Sterminatore determinato», ragazzi miei: non so se mi ricordate.

Ebbi anch’io, quando ancora ciondolavo in università, prove da supplente nelle scuole superiori. Poche, ma ispirate alle grandi esperienze educative montessoriane. Appena aprivo la porta si scatenava un urlo corale di impiccati con devastazioni vietnamite, senza soluzione di continuità. Appena uscivo, invece, sulla classe scendeva la placidia delle valli inesplorate. Ma quando mi sfiorarono per la nona volta con una cassinata, giurai agli inferi che era ora si facessero il segno della croce al contrario. E per l’eternità. Una volta afferrai per la collottola un beota urlante, fin quasi a strangolarlo. Un altro, cicciottello, lo spiaccicai contro il muro piantandogli un banco nel lardo finché in un finto svenimento non minacciò di denunciarmi (e solo fratello Satana sa come non mi abbiano arrestato). A più riprese li appellai: «Grandissimi figli di put...». A più riprese alitai: «Mi avete rotto il c..!». E quelli: «Ha detto, mi avete rotto il c...». Finché in una fine giornata, circondato nel parcheggio dagli scalmanati, sgusciai dalla mia Panda diarroica mulinando la catena al grido di, «vi sfracello tutti bastardi figli di una put..!», davanti alle non colleghe, sbalordite più che terrorizzate.

Non mi pento: me ne glorio, anzi (l’olio di ricino dove sta?). Nella consapevolezza che tutti i supplenti epurati, anzi tutti gli insegnanti sballottati a vita per l’Italia precaria, financo renziani, mi baceranno perché ho fatto la metà di ciò che vorrebbero fare. Io, «Eroe inimitabile del corpo docente martoriato».

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