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Sabato 20 Gennaio 2018 | 18:13

Un cane battezzato col nome Alberto

Un cane battezzato col nome Alberto
di ALBERTO SELVAGGI

BARI - Il mio cuore si è riempito di gioia, di orgoglio di padre in affitto quando Gianni e Francesca, lettori di questa rubrica, mi hanno avvicinato annunciando, tra il commosso e il faceto: «Abbiamo deciso di dare il tuo nome al nostro cane: Alberto. Nostra figlia Federica, soprattutto, l’ha voluto. Sei contento?». Sì, grazie. «Se poi facciamo il battesimo a casa con i confetti ti invitiamo, così ci scrivi un articolo», e mi hanno mostrato sull’iPhone il baby beagle del quale sono padrino.

Inutile dire che cotale riconoscimento di stima, di considerazione canina, ha elevato la mia immagine su vette mai assunte prima. Ho trattenuto le lagrime che s’affacciavano sull’aridità delle ciglia: un cane marmocchio «estremamente vivace» avrebbe impresso su ogni frequentatore della loro casa il mio sigillo fino al passaggio acre della cremazione. Eppure, eh eh eh, non è la prima volta che accade. Altre dedicazioni sono piovute a seguire il mio onore come uno strascico d’oro.

Un insegnante separato del San Paolo, Antonio, invece di minacciarmi via lettera anonima come altri residenti del quartiere, mi ha scritto per parteciparmi che ha chiamato Alberto il suo trovatello «perché è bastardo come te». Un giovane putignanese dedito all’arte pittorica, Nico, ha cognomato il suo gatto nero così: «Selvaggetto». Perché «ha una faccia da carognetta…». Un altro «cane Alberto» sta arrivando da un allevamento nordista nella villa di un commercialista amico di amici che segue sul giornale le mie anomalie fantagiornalistiche. Tanto che incomincia a configurarsi una ristretta ma originale tendenza di assegnare ai cani il nome mio.

Nessun pazzo – e meno male – si è ancora azzardato a marchiare il suo poppante bipede, e non quattrozampe, col marchio suddetto. Ma si sa come si comincia, non come si finisce, per cui mi immagino già come San Giovanni Battista nelle acque del Giordano del battesimo canide.

Ho notato oltretutto che questa contiguità con i latranti si è estesa anche ai rami familiari contigui. Uno dei miei amichetti preferiti, una specie di bamboccio dalla crapa rettangolare con tartufo sul muso, cioè il lakeland terrier che vado ogni tanto a salutare nel grazioso negozio 36 Metriquadri di via Putignani, si chiama Vittorio, come il mio terrificante et un tantinello bizzarruccio Zio (scritto maiuscolo) materno Prof. Dott. Em. Accad. Pres. Visc. ecc... Pedote, disteso oggi in orizzontale sotto a un faraonico mausoleo marmifero. Un ingegnere, Mimmo, al quale ho raccontato la boutade dei cani Alberto, minaccia di imporre «a sfregio» lo stesso nome al simil-carlino strabico che ha preso in affidamento: «Ha un’espressione che mi ricorda molto la tua: ebete».

Tanto che mi è venuto in mente di consultare l’anagrafe dei cani per conteggiare il numero di esemplari Alberto trotterellanti sulle nostre vie. O quelli che sono stecchiti di infarto e portavano ugualmente il nome mio e io non lo sapevo e loro nemmeno. Avrei potuto accorrere al capezzale, nella stanza dell’agonia lungo le cui pareti tanti piangevano, stringere la zampa smagrita e dire: «Ehi, coraggio, sono io, Alberto, il tuo omonimo, tuo padrino. Ti sia dolce il cammino oltre la vita. E sappi che il nome che porti, cioè il mio, viene da Alberto Di Cagno, grande civilista barese, di illustre stirpe, di elevate qualità umane e morali, amico di famiglia. Perché ognuno porta le stimmate di un altro, se ci pensi, nella vita».

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