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Mercoledì 17 Gennaio 2018 | 02:16

Gallipoli come un pesce canta l’inno della vita

Gallipoli come un pesce canta l’inno della vita
di ALBERTO SELVAGGI

Quando dici, Gallipoli, non pensi a Vittore Fiore meridionalista, a San Pietro sbarcato con in bocca il Vangelo, pensi alle grigliate di pesce, alle ciabatte di Rocco Buttiglione, originario di qui, a sua sorella Angela marchiata Raiuno Dc, alla faccetta di Massimo D’Alema e alla sua barca a vela. E la prima impressione che avverti penetrando i confini è di movimentismo fattivo, mentre segui il punto interrogativo che s’anno - da sullo Ionio lungo la marina. «Lu pisci, le cozze!» «Spigola da una cinquina di chili!». Il cuore della città non è nell’Isolotto di Sant’Andrea col Faro, parco naturalistico, a Punta Pizzo o sulla «padella», che sarebbe il borgo antico, ma pulsa qua nel mercato ittico, salmastro di brodaglia di mitili e squame di triglia, come un pugno escoriato che stringe brandelli di euro, lische rosicate dai gatti che – mica fessi - circolano come squadre SA di Röhm. È tutto in questo circo sul porto mercantile, scarnificato dal sole che ci pesta su i piedi e dalle sventagliate di scirocco e tramontana che si inseguono, dato che lu Salentu è in effetti sempre «sule mare jentu». C’è il rosso Peroni e l’arancio dei ricci scardinati con un attrezzo «fatto da noi, mica lo trovi in giro». Ci sono i banconi grondanti ruggine di Goya e sale marino. La Lampara «pesce e frutti di mare», gli scorfanelli che agonizzano, una piovra che evade dalla vaschetta, splat!, con l’occhietto bieco, La Paranza trattoria, e dai Fratelli Quintana nu piscispada colosso finto sospeso su uno scaffale di conchiglie. San Pio e Papa Francesco, vecchie fotografie di pesca, Da Sanapo, Da Faustino, Ideo & Walter Solidoro, nomi da impazzire, Pescheria Scanijatu col sarago gemente, e Da Amleto, che maneggia li scampetti, non il teschio dell’essere o non essere.

MOSTRI MARINI - Questa è la vita, questo è vivere fondamentalmente. Sali le scale, davanti ti buschi il calessino, il trenino rosa e giallo trash, spugne in vendita nelle ceste, tra i «prodotti tipici dell’isola di Caddìpuli», o Caddhrìpuli, «morbide pe’ lu visu, più dure per corpo e piedi», cascate di oggetti e fantasmagorie marittime. Nel guazzabuglio espositivo, man mano che segui la china del centro storico legato da un ponte alla terraferma come fosse un filo, ti fa cuccù pure Al Bano Carrisi coi suoi vini. E fai ‘na scoperta: dal ’79 i gallipolini venerano uno squalo di 6,2 metri catturato al largo di Torre San Giovanni da Pompeo Alessandrelli, eternato in foto, cartoline e quadretti. Pensate che nello stomaco di bestia, quando lo deposero cristianamente sulla spiaggia sanguinolento, gli trovarono le scarpe di un poveretto magnato a bocconcetti. E pensate pure che qua tienenu la fissa – insisto inventando pseudo dialetto salentino – dei mostri giganteschi: il pescespada prima, il Carcharodon assassino, un predecessore di questo, e il pesce lucerna che mi appare adesso appeso lungo una stradina, smisurato quanto Rocco Siffredi.

SORPRESE DELLA FEDE - Un giovane sbilenco spara dalla radio la Amoroso o Emma (stiamo lì), glorie salentine bionicizzate dai talent show che danno rotta alle nostre filosofie. Nel Museo diocesano si sprecano cippi funerari romani e opere del XVIII secolo, di qui e di là ingressi di palazzi, dal Pirrelli al Tafuri all’Ospina, fra cento bizzarrie architettoniche di chi lavora mane e sera, muri ocra e celeste cielo. Verso le nuvole si eleva il prospetto in carparo della Basilica pontificia di Sant’Agata che sparge barocco leccese. L’interno, nella sua totalità, è circoscritto da dipinti, non pareti. È una tela distesa su carovane di altari dromedari, argenti, confessionali verdi che spiccano sulle geometrie illusorie bianconero del pavimento a croce latina, e c’è il legno, tanto legno ambrato dai secoli, un coro intarsiato, e un pulpito dal quale si diparte un braccio con croce brandita, sospeso nel vuoto come il Cristo nella Cattedrale di Acquaviva, a provare che la religione è capace di stupefacenti effetti sorpresa. Lungo l’itinerario si apre la porta che dà sul precipizio di Alice delle Meraviglie, ossia il frantoio ipogeo. Ti entrano negli occhi Ta ’ Carne Macelleria, Santa Teresa di Gesù Bambino, un fabbro che ripara un portoncino, un artigiano che nel quadro dell’ingresso di bottega lavora le nasse di giunco per imprigionare i pesci, l’Antica Farmacia Provenzano con gli altorilievi, l’Amaro Gallipolino, il Viagra Gallipolino, le birre artigianali Beerbante Salentina, l’ultima arrivata Kira. Lu neguzziettu Simu Fritti, la chiesa della Confraternita di San Giuseppe e della Buona Morte, con San Gabriele dell’Addolorata e la Madonna Addolorata in cartapesta, e ti torna in mente la visione dell’analoga Signora dei sospiri di Monopoli, stupenda di martirio, e soprattutto i «morti in piedi» nello stesso tempio, mummie vestite di paramenti che vai a scrutare da quando eri ventenne, ciclicamente, perché parlano senza dire niente.

PESCA E MONASTERO - In una piazzetta compare San Pio che scintilla sotto i raggi cocenti, seguono la targa della «Dott.ssa Luigia Corciulo psicologa psicoterapeuta», beh, tienila presente, una strettoia, panni candidi stesi, il mare, è lì, il lungomare, le mura che proteggevano gli abitanti dal nemico, la panoramica del Seno sabbioso della Purità, lontano il porto antico delle paranze, il Castello angioino col torrione Rivellino e «la rizzara», Monumento al riccio. Pescatori a terra come sacchi a cucire reti, tanti nel convento San Francesco d’Assisi. E qui dove mi trovo le chiesette che fissano il mare con orbite di rettangoli perfetti, i fichi d’India, ovunque la farina di pietra degli edifici scarnificati dalla volontà divina di prendere, talvolta meravigliosamente svuotati, marciti, polvere giallina, manna terrestre che mangiano i gallipolini, meglio che niente. E siccome è tardi e ti cascano i jeans che un tempo ti andavano stretti, sulla «muraja» non ti fermi al Bastione, ristorante zeppo di foto di vip che testimoniò del patto politico Buttiglione-D’Alema, ma nel cafè lounge Buena Vista di Marcello Greco, perché davanti agli occhi hai ciò che credi: Sant’Andrea, lo Scoglio dei Piccioni, il Campo affioranti in mare aperto. Artemio posa sul tavolino con mani di ferro le ottime friseddhe «a tutte le maniere», coi sottolio, pomodorini e mozzarella. Da Tullie arriva il primitivo di Michele Calò e Figli. E dopo un secondo si va giù col «tu» felici.

METAL DIVINO - Il vento ti porta l’attimo, l’attimo gallipolino che è tutta la vita. Una donna si appoggia al parapetto con espressione d’incubo. Chi ha i soldi può curarsi, soccombe chi non ha compiuto battaglie di conquista. Immagino un oceano di gente, come le onde prospicienti, che balza al ritmo trash metal in un concerto dei Megadeth, anche questa è una prova di potere; sento la voce paranoide cinica del leader Dave Mustaine che si è convertito e penso al cristianesimo americano di destra, all’evoluzionismo, alla biopolitica, alla sociobiologia, allo scienziato Edward O. Wilson assediato in università dagli studenti anti-razzisti, a Luciano Canfora, grande studioso barese, a quanto ha detto, ai libri neo-marxisti sparsi nella Feltrinelli di Lecce, e vedo i dinosauri avanzare nel silenzio sospeso dei rettili, tra polle d’acqua vergine, e guardo quindi la mente stessa, il suo involarsi di gabbiano corso che stride qua al Buena Vista davanti allo spazio dilatato dello Ionio che cinge Sant’Andrea. La mente che è un uccello bianchissimo dal becco di corallo di Gallipoli strappato alle barriere con la forza della vita.

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