Lunedì 23 Luglio 2018 | 02:26

Salentineide parte II Il Castello di Otranto patrigno del gotico

Salentineide parte II Il Castello di Otranto patrigno del gotico
di ALBERTO SELVAGGI

Nessuno che ha un cuore può dimenticare Otranto. Soprattutto se il muscolo che pompa i pensieri nel cervello, e, attraverso i neuroni, nel soprastrato della mente, e viceversa, è fatto di carta antica che assorbe il pulviscolo d’o ro che percorre i vicoli e si fa «magia idruntina». Lo sostengono gli stessi salentini, talvolta perfino avversari di campanile, lontani o vicini. Neppure i poeti, che attraverso la lente della filosofia leggono più a fondo di tutti la vita, sanno dirti cos’è di preciso. Ma sappiamo che esiste, sulla pelle del nostro sentire. Superata la cortina maldestra degli edifici affastellati per sopravvivere, mentre il mare turco, straziante, incomincia a gonfiarsi di sangue martire alla tua sinistra, superata la piazza del Lungomare degli Eroi dove stanno alberi che sembrano funghi, o enormi funghi verdi dall’aspetto di alberi, con cappelli di mezze sfere sorretti da grovigli di vene, infilate le corna sotto l’arco della Torre Alfonsina che immette nel borgo antico, capisci che sei penetrato in un’altra era. E che non ne verrai più fuori, perché è ciò che vivi. Perché è ciò che celano gli abitanti nel loro silenzio, occhi fissi sul mare per il timore perenne che tornino Gedik Achmed Pascià, 150 navi, 18000 assassini come quel 28 luglio 1480, per devastare, violentare tutto ciò che respira, decapitare sui campi oro e carminio 800 martiri che non vollero «farsi turchi» rinnegando la fede.

A OGNUNO UNA FISSA - Io ce l’avevo da trent’anni piantato nel cranio questo diamine di Castello Aragonese. E sono qua in realtà soltanto per questo. Non per l’immenso mosaico pavimentale della Cattedrale, «Albero della vita», che ben presto strapperà a me come agli altri turisti occhi e parole con la meraviglia, e per il cui valore, splendore primitivo, significato simbolico non basterebbero i sapienti d’Oriente e di Occidente. Non per le cascate d’ossa e teschi santificati nelle teche a semicerchio dietro all’altare e alla Vergine. Neanche per gemme come la chiesetta bizantina di San Pietro, le corti, o il resto di questo regno chiuso nelle strettoie del suo riserbo. Ma per il maniero: ognuno ha i suoi conti da saldare con l’esistenza. E non per quel che è strutturalmente, ma per ciò che significa.
Qui per quell’ammasso compresso di pietre, al quale nessuno ha dedicato un volume specifico dell’editoria turistica. Anche se ha cambiato la storia della letteratura. Se ha creato un genere romanzesco, il gotico. E codificato un senso di percezione che nel Settecento era già in divenire, e che si è evoluto in forme narrative tinte d’ocra e di nero, che si è fatto teatro, scenografia, opera, architettura revival, musica classica, pop rock, dark, metal, moda, tendenze giovanili, cinema hollywoodiano, divismo, serie televisive, gadget, in un flusso simile all’animo umano che non avrà fine.

PROSTERNAZIONE - Perciò, risalendo la cinta muraria a circolo, ficcando il naso nel mirabolante barbiere d’altri tempi Maurizio, «acconciature e tagli moderni», setacciando botteghe quali l’Acchiatura, Casa di frontiera, in maggioranza graziose come in nessun altro buco del Salento, concordando l’«a dopo» nel ristorante Agli Angeli Ribelli con l’ottima calamarata ai ricci e il calice di fantastico negramaro rosato Tenuta Merico idruntina, appena giunto al Castello e al ponte del suo precipizio, mi sono inchinato. Davanti al Maestro. A ciò che, a partire da The Castle of Otranto (1764) di Horace Walpole, romanzo breve, ha generato l’immaginario «goth» semplicemente esistendo, pur trasposto nel racconto sui perimetri della fortezza di Strawberry Hill dell’eclettico inglese. Come i giganti dell’arte, che hanno lasciato, a noi calpestatori comuni della terra, miracoli, come se cantassero la canzone di un altro sé, per impulso intuitivo, secondo vie inconsapevoli.
Sono tutti qua dentro gli embrioni magnetici, i leitmotiv che crediamo esistiti da sempre: il sublime dell’emozione estrema (da Pseudo Longino a Burke), terrore e amore impossibile, lussuria e rovine, il soprannaturale che irrompe nel quotidiano e si fa atmosfera da acquaforte del Piranesi, la vergine perseguitata, il tiranno bieco, la fuga e l’inseguimento, i sotterranei labirintici che si diramano sotto questo cortile, passaggi segreti, spettri, simboli di sesso, dipinti che si staccano dalle tele, espediente dell’opera scespiriana di culto Racconto d’inv er no, cardini che scricchiolano, la foresta, l’eremita, magie, profezia, armature viventi, elmi assassini, come quello gigantesco che uccide Corrado figlio del principe della casa d’Otranto, Manfredo, all’inizio del libro. L’abbazia, come fu quella di San Nicola, a sud del paese, primo college della storia e massima biblioteca europea, l’odor dell’incesto. Elementi che diventeranno Vathek, i capolavori della Radcliffe, le parodie, Il monaco di Lewis, Frankenstein e Il vampiro, Melmoth, Le Fanu, Poe con influssi su Baudelaire stesso, Jekyll e Hyde, Dracula, Lovecraft, fino agli Addams, Stephen King, Il Corvo, Tim Burton, Twilight , tanto per pescare a caso nel cuore di tenebra.

PERSONA CASTELLO - E sopra tutto si erge l’ambiente, la persona che è il luogo, il maniero incantato, vero protagonista - The Castle of Otranto - già nel titolo dello scrittore inglese. Una pietra che parla, testimone midi verità taciute per troppo tempo, sibilate attraverso feritoie e finestre, attrattore di aedi col gotico dentro, grandi o ordinari, figli nella nudità di uno stesso seme, che si riconoscono fra loro, incestuose pantere, fratelli e sorelle, nella creazione di un mondo di solitudine oltre questo, amato, adorato Castello, così da abitare, dopo lo schianto che nel romanzo ti fa collassare come un pianeta, le tue rovine, le nostre rovine di martiri pellegrini, pronti a offrire il collo al boia saraceno pur di non rinnegare l’oscurità della fede. E mentre due signore risalgono la piazza per scegliere centrini nel pregevole Giaquinto, mentre un giapponese lappa con far di panda lo spumone tipico, latte di mandorla e caffè, pescato nel Bar Castello, mentre addetti della Sovrintendenza dopo l’ispezione richiudono il cancello della fortezza, chiusa al pubblico per restauri attualmente, vedi il fantasma del Conte di Conversano, Giulio Antonio Acquaviva, che combatté durante il sacco dei turchi anche dopo che gli mozzarono la testa, passare decapitato e dolente sulla «Punta di diamante », bastione che si eleva verso il mare dal quarto angolo, il suo prediletto. Gli hanno dato la caccia gli acchiappafantasmi pugliesi (Ghost Hunters Puglia), con i loro attrezzi. E altri, mentre nelle sale si tenevano mostre, sposalizi e convegni, hanno inseguito l’ectoplasma di una donna sepolta in cappella, cercato gallerie che scorrono fino a Santa Maria di Leuca, secondo leggenda. E oltre le torri mozze, specie di trulli tronchi sparsi per i contadini in terra, fra le onde turche che turche resteranno sempre, oltre le quali si scorge la costa albanese, guardi rianimarsi le labbra carnali di Carmelo Bene, definirsi il Palazzo moresco, ossia Villa Sticchi in Santa Cesarea Terme, con via Roma e la villa paterna del genio, Castro Marina, e Otranto, con la sua piazza, la Cattedrale e la cripta dalle innumerabili colonne smilze, e ascolti la nenia dell’attore regista nelle sequenze di una pellicola che ha fatto epoca: «Le esecuzioni di 800 e più martiri ebbero luogo in un campo di grano di quei coloni inturbantati che mietevano spighe d’oro ingemmate in cinabro, impazziti all’incanto di quella miniera di Fede». È Nostra Signora dei Turchi (1968), il «film anti-sessantotto» giustiziato al Festival di Venezia per ragioni politiche, e accolto anche a Bari con devastazioni nei cinema e maledizioni contro Bene. Un cortocircuito della presa di Otranto, ribellismo, delirio. Inno al sangue idruntino, a questa cittadina cantata nel sacrificio da Maria Corti in un bel libro (L’ora di tutti), da Roberto Cotroneo (Otranto ). Solcata dai berretti rossi delle scolaresche in gita, dove il mare si estende dalla muraglia come una mano dipinta, in cui trovi sciorinate perfino bandierine buddiste nei vicoli, dalle quali il vento trasporta il martirio in preghiera.

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