Mercoledì 18 Luglio 2018 | 01:19

Salentineide, viaggio nel crocevia del nuovo epicentro del turismo

Salentineide, viaggio nel crocevia del nuovo epicentro del turismo
di ALBERTO SELVAGGI

LECCE - Piazza Sant’Oronzo è un luogo ovvio come ombelico topografico di una nazione tornata alla luce a suon di pizzica e taranta. E uno spazio occulto come crocevia della salentinità, culto di derivazione cattolica plasmato nel paganesimo del rito orgiastico. «Diu», sì, Diu, e non Dio ama piazza Sant’Oronzo, riamato. Perché perfino l’entità universale a Lecce rientra in una categoria esclusiva, risuona con cadenza estranea a qualsivoglia altra terra italiana. Ed è un Diu fantastico, come il negroamaro che ci ha drogato tutti quanti.

Non occorre l’acume dell’aquila. Sta scritto, sparato, sulle bandiere giallorosso rivoluzionario, nei negozi di souvenir, sui cappelli, perfino mutande: «Il Salento non è la Puglia» «Il Salento non è l’Italia». Dio vi protegga, separatisti, maestri di orgoglio identitario: perché anche Sant’Oronzo, lassù dalle altezze astronomiche dove la sterminata colonna di marmo cipollino l’ha scaraventato, lo sa. E io lo guardo, con la mano trina elevata a cercare i raggi: ci benedice perché siamo fratelli, immigrati accolti benignamente in quanto magati di salentinismo che ci naturalizza in questo Stato. E assieme alla folla sparsa in grappoli che circuita attorno all’Anfiteatro romano, immagino di scalare la sua vertigine di stilita, a mani nude, tutti noi come angeli senz’ali nella forma di gechi biancastri protetti da queste parti, raggiungerlo per abitarlo e guardare giù l’infinitesimale attraverso il suo sguardo.

Il Salento intero nel suo ionico e nel suo adriatico è qua. Perciò ho scelto il suo buco sacramentato per incominciare questo reportage visionario in più puntate. Di qui, come millenni or sono dall’Urbe imperiale, si diparte la natura dell’uomo che – c’è da sperarlo – porterà il concetto stesso d’Europa là dove merita, al macero. Di qua, tappa preludente per registi, attori destinati a set cinematografici, etnomusicologi che devono cercare, antropologi e sociologi giunti da altri pianeti per capire e studiare, musicisti, tanti, qui per suonare e contaminare, intraprendono il loro viaggio nelle memorie tradizionali. Che poi si fanno Leuca, Ugento, Maglie, Torrepaduli patria dei pizzicati, Melpignano, deriva alterata.

TAMBURELLI MANIERISTI - Zinghe e zanghe, zinghe e zang: dissolve l’incubo della taranta manierata vendoliana. In questo mondo si può circolare, nello srotolar di palazzi, corti, guglie, balconate, portali, chiese di una bellezza accecante, nelle vie che si dipartono, soprattutto quando uno vanta come me una perfetta assenza di senso d’orientamento e si affida a leccesi misericordiosi che, se mai «falsi e cortesi» come vorrebbe un adagio, sono già meglio che «grezzi e cafoni» come certa rappresentanza di Bari.Calpesto il mosaico con lo stemma cittadino. Leggo l’insegna Mario Mossa, negozio del gioielliere barese, e mi ritrovo nel passato: ho 13 anni, bivacco in una bella villa, mangio popcorn canticchiando su un dondolo una nenia brigatista, Mario passa, mi fa sulla testa un paterno «pat-pat» eloquente, e in un istante comprendo il vero della società. Intravedo l’antico Palazzo di Giustizia e penso quante volte tra querele l’ho scampata. Il cubo cinquecentesco del Sedile, fu Municipio, è uno spazio culturale info turismo guardato da affreschi su Carlo V. L’attigua chiesetta di San Marco, formicolante di prodigi miniaturistici, è sede dell’Associazione combattenti e reduci. Da cui desumi che ‘sti léccèsi possono permettersi di utilizzare come sputacchiera la coppa del Graal.

Ci sono il Fornaio coi carboidrati di origine controllata, il tabaccaio Tito Schipa. La chiesa di Santa Maria della Grazia con dentro parcheggiato un angelo in pietra col volto di enigma. I Palazzi Brunetti-Scippa, il Monte Paschi con un lampione imprigionato da una cascata di lucchetti chiusi in amore perpetuale. Una ciotola di cibo per gatti, la scritta bronzea dell’Ina, che mi dà d’infanzia. Il caffè Alvino coi pasticciotti e il bancone venato rosé. Altri locali che, in quanto rimodernati, qui sconteranno la pena di non venire neppure nominati.

LECCESI DI COLORE - Ci sono negri e mulatti che puntano al Lotto, azzimati nell’hip hop style, zingari che sfregano grattini e tendono la mano. Così numerosi che per i residenti l’integrazione non può dirsi scontata. Un vatusso dalle narici d’agnello spara un obice di muco a pressione sui fantasmi dei combattenti dell’Anfiteatro, giù sull’arena brutalizzata da lattine strozzate e carte alimentari. Dalla pavimentazione di pietra scura e pallida emergono un enorme tronco d’ulivo divaricato come una vagina vizza, un melograno con una scorza di lebbra. E anche questo prova che il Salento propende al miracolo.Arrivando, dopo una frutteria con «fragole di Copertino», avevo già notato che le botteghe rigurgitano di guide turistiche in tutte le lingue. Neanche una in barese. Spira un vento d’Africa, si chiama «jentu» sulla u insistita. E ha un effetto che, su potenza ridotta, richiama la malia rapinosa del continente primigenio. Ci sono i profumi nazionali, marca Salentu. I manufatti in pietra leccese. Birre autoctone pregiate. I Mastri gelatai salentini, che signoreggiano lungo viale Lo Re accanto al multisala Massimo.

Le t-shirt, felpe, bavaglini con sopra scritto «Nu bboiu u Plasmun oiu na friseddha» «Suntu nu periculu» «Spustatibe ca mo be piju tutti sutta», sono un inno alla patria nel cui esercito militano ormai molti forestieri, compresi baresi convertiti: «Salentu, lu sule, lu mare lu jentu».

Le librerie principali s’allungano verso Piazza Sant’Oronzo, spasmodicamente, espongono volumi, Negramaro, Salice, Primitivo di Manduria associati a sentenze e versi di Bene e Bodini (che coppia). E mi torna in mente il genio Carmelo, che mi sgridò dopo che competemmo in deliri durante un’intervista fra San Giuseppe da Copertino e la Madonna sua amica: «Lei è follia, lei è scemenza, anzi, una profanazione di Bodini!, lei è un criminale, cioè, non è niente!». E mi torna in mente pure la Adrianina (Poli Bortone), che mi bacchettò con lingua di scudiscio, le dissuasive prese in giro da parte di Raffaele Fitto. E mi rendo conto che è piacevole venire redarguiti dalli salentini.

ANTROPOLOGIE - Nella piazza del patrono c’è ciò che credi. Il tamarro che s’incanala alle spalle del Monte dei Paschi e pasce nella movida grezza. L’artistoide alternativo, specie qui numerosa, attiva, partecipativa, che suona nei pub di via Palmieri o teatreggia al Paisiello iniettato del rosso dei lampioni stupendi. Nei pressi la settantenne d’alto bordo che tira sul prezzo «strétto strétto» degli argenti nella bottega di antichità vittoriane ed edoardiane (signora, mi lasci il piatto bianconero con dipinto il rebus). Il bruto sfregiato genere Sacra corona unita che compare e svanisce, il semplice che ti indirizza con gentilezza sincera alla trattoria Le Zie perché non riesci a capire dov’è, la ragazzona simpaticissima che ti accompagna fin davanti al ristorantino perché ha capito che sei un rincretinito, una fauna femminile eccellentissima, rumene accasate con uomini del posto, manovalanza dei campi straniera, covi di Mastri cartapestai che plasmano «pesce fresco sui modellini di barche, perciò c’è il sovraprezzo», scalpellatori di pietra, filo d’Arianna del barocco leccese, sciroccati abbigliati da gangster, addirittura più eccentrici di te, turisti larghi, corti, alti e stretti dall’intero pianeta, e d’attorno un numero impressionante di residenze nobili e di Porte d’ingresso al centro storico, di tele sospese sui muri a cantare storie del passato remoto, essendo l’antichità la sola bellezza, masserie abitate da nobiltà selettiva affiliata a poche famiglie baresi, campi di grano struggenti, coccinelle, rami sdilinquenti come tuniche di vestali, tutti elementi di un cosmo che si proiettano in Piazza Sant’Oronzo, alla fine. E ti appare chiaro, a questo punto, che Dio ha seminato la benedizione delle molteplici forme nell’impermanenza, di aspetti infiniti della realtà, che si scindono in se stesse in altri specchi, per offrirci la possibilità di distrarci, di avere sempre da pensare e da fare qualcosa nel passaggio terrestre.

PACE LIQUIDA - E ti presenti al mozzafiato di Piazza del Duomo, privo di ingresso disabili come tutti i monumenti, mentre passa il trenino color tufo leccese. Al Palazzo della Provincia, a Santa Croce, dove incocci in Gianni Alemanno che dicono sia stato uomo di destra. Al Castello, all’Abbazia di Santa Maria di Cerrate, «buonasera», Palazzo Adorno, alle altezze bachiane e agli spazi infiniti di Sant’Irene e capisci che Lecce, quando non abbrutita dall’orrore delle invasioni dell’estate piena, di maschile non ha niente. È una donna che scivola nel silenzio di un’illuminazione discreta con l’eleganza di un abito antico. E per questo attrae frequentatori tendenzialmente distanti dal grido di bestia.E capisci che il vino è come la felicità perché corrobora. Che magari non avevano tutti i torti a precipitarsi da ogni parte del mondo in questa terra. E che popstar e divi di Hollywood avevano ragione a eleggere Lecce e quindi il Salento a capoluogo nel loro cuore, dato che Bari, tirate le somme, ha usurpato il titolo di regione a una realtà che, probabilmente, la surclassa non soltanto in bellezza.

E, già incanalato nei sogni dallo scarlatto del vino, dal grigio e del verde brumoso dei liquori artigianali all’alloro e al finocchietto scroccati a Carmelina Perrone de Le Zie, con la fissa del Castello di Otranto da trent’anni in testa, torni al sultanato del tuo hotel spa masseria, ai massaggi d’oli e di essenze, perché hai una natura in vendita, ti immergi nelle vasche di pietra drogate di flussi, illuminandoti della geniale scoperta di essere stato un idiota fino a ieri a credere Lécce e li léccesi tutti uno zinghe e zanghe.

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