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Venerdì 19 Gennaio 2018 | 00:37

Morte e Resurezione in tempi pasquali da Acquaviva a Bari

Morte e Resurezione in tempi pasquali da Acquaviva a Bari
di ALBERTO SELVAGGI

Pasqua di morte è Pasqua di vita, l’estinzione ci permette di vivere, il Risorto è riemerso dalla Passione e – secondo l’apocrifo di Maria – ha abbracciato per prima la Vergine madre dell’esistere. A tavola, mangiando le «scarcedde» baresi, «scarceriamo» dal biscotto sepolcrale l’Uovo del concepimento. La morte anche a Pasqua è la nostra nutrice. E un morto, mio nonno paterno Peppino, mi è apparso in sogno per la terza volta venerdì mattina. Ma stavolta mentre ero sveglio davanti alla sua tomba nel cimitero di Acquaviva. Ardito di guerra, volontario legionario diciassettenne a Fiume, gerarca sotto il Duce. Eretto sulla sua scarna fierezza maschile ha disteso il solito cenno di sorriso amaro lungo la bocca, lato sinistro.
Col volto fosco di temporale antico mi ha porto un biglietto ingiallito fatto di fuoco e di vento, firmato da Gabriele D’Annunzio al cui fianco combatté: «All’anima virginea che osa nella morte», era scritto. Ora, io non posseggo una briciola dell’eroismo suicidario di quell’uomo al quale la sfortuna distrusse sistematicamente ogni forma di pacificazione che tra i patimenti si era costruito, fino alla fine. Però conosco la morte quanto i comuni miei simili. E ho avuto la ventura di vederla, appena rientrato nel capoluogo pugliese sotto l’ombra della crocifissione del cielo, grazie al preludio di quell’incontro funereo. Che mi esortava a cercarla, se non in guerra, almeno nel quotidiano dei giorni insanguinati di carne d’agnello.

La morte è in ogni luogo. La morte è tutte le cose. La morte spazza via perfino la gioia e la depressione. La morte ha creato Bari, la vita e Acquaviva, la morte è nelle fogne che reggono il suolo. Se la chiami non viene, è lei che ti cerca. E sul Lungomare tra i riflessi nessuno l’ha riconosciuta se non io che di morte ero. Il primo luogo in cui l’ho incontrata è stato nel sexy-shop storico su via Melo, dato che il rosso e il nero, le caverne dell’eros e l’arca della sepoltura combaciano come bocche disunite, perfettamente. Sono entrato a colpo sicuro tra quelle vetrine, sapevo che eri là in varie forme: maschere lugubri, slip di scheletro, reggiseni sadomaso, falli neri, e il restante armamentario che vaga tra i pianeti Utero e Seme. E ho scelto te, statuetta mirabile di 33 centimetri, avviluppata in drappeggi, te perché avevi qualcosa di parlante. Da allora ti tengo nell’ossario vacante della libreria. Un collega mi aveva indicato, oltre a molti ricoveri di defunti, di santi, di spoglie, anche un portone della Città Vecchia lungo il percorso dei Sepolcri pieno di gente. E nella confusione di teste ho scorto il ghigno contento di un cranio metallico sul legno a pezzi. Da qualche parte passando avevo orecchiato il sospiro di Morte e Trasfigurazione. Per cui anche Richard Strauss, figlio della sua epoca, credeva nel compimento attraverso lo spazio eterno.

La morte si è appropriata delle strade più animate, silenziosamente, alla sua maniera. Giacche, pantaloni, maglie, t-shirt uomo donna ricoperti di teschi. Anelli griffati, tracolle in foggia di tibie. Croci canoniche e crocifissioni rovesce, motivi derivati dall’iconografia metal, un po’ custom biker, molto goth, fino al death e agli estremismi del black nelle sacche della moda alternative inglese, dilagati da qualche anno nell’haute couture e per ondate nei grandi magazzini upper, middle e trash. Così tutti la portano in giro, uomini sandwich dell’unico grande amore universale, dell’unica certezza che ci assicura la vita, e che si celebra in spille, rossetti, nella nail art trendy, su sciarpe e foulard, zainetti, scarpe teschiate a stampo o su borchie in rilievo, orecchini e collane e bracciali di piccole teste, carenate o coniche Tibet, su complementi di arredo, sedie, radio, chitarre solid-body funeree, grembiuli da cucina e pentole, divanetti, crani stereo metallizzati di tinte con altoparlanti impiantati nelle orbite, esposti in grappoli a Bari in centro in vetrina, telefoni, cover, bicchieri e bottiglie, macabri evaporatori in coccio per termosifone con aspetto di maschio o di femmina, evocazioni che crescono come un mar nero, che si moltiplicano nei nostri ambienti come mai prima, per ricordarci che abbiamo bisogno di morte, un bisogno spasmodico di risorgere perché ci sentiamo sempre più vuoti di vita.

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