Lunedì 23 Luglio 2018 | 04:19

Nostalgia craxiana Bari si fa renziana

Nostalgia craxiana Bari si fa renziana
di ALBERTO SELVAGGI

BARI - Ci vuol poco ormai, quasi ci siamo, mancano ancora due o tre passaggi per fare di Bari la capitale renziana d’Italia. Lo portiamo nei geni, i geni che fanno la storia politica, ovvero filosofica morale, che si manifesta nel fenomenico del nostro ideale: appecorarci quanto altri mai. Dal Fascio a Moro, da Lattanzio al Caf, a Tatarella, al berlusconismo interiormente abbracciato e a una sorta di breve vendolismo alterato. Siamo sempre stati abitanti de «la città più … d’Italia»; sì che tra questi tre puntini qualsiasi sospensione vincente possa allocarsi nella venalità.

Ne abbiamo scarsa coscienza, tanto che nelle altre regioni nessuno lo sa: conoscono Banfi e Antonio Cassano, Lacapagira, Zalone, la pasta Divella, le orecchiette alle cime di rape, un po’ anche i gialli di Carofiglio G.. Ma non la virtus trasformista levantina arcaica. Una verità, quindi un prodotto, mal gestito nell’anima e che pertanto non riusciamo a esportare: fruttifica non oltre i confini dell’hinterland.

Matteo Renzi era un bambolotto tutto sommato simpatico, fatto di materia volatile, ancora indefinita, e soprattutto estratta da un humus antinomico rispetto alla nostra sostanza: la fiorentinità. Ma da quando il barese ha capito, con netto ritardo, che questo trentanovenne, poco più che un ragazzo, divora i media con fluidità berlusconiana e ha messo in moto la solenne avanzata orientandosi con gli apparati guida dell’informazione istituzionale, si è già incollato i nei del prossimo premier su fronte e guance. Anche se vota a destra e mai per l’opposta parte.

Il Pd, ovvero la sinistra con la vitiligine, caricatura slavata di ciò che fu la sinistra italiana, è la culla della borghesia rivisitata: altro che Forza Italia. I suoi polli, tutti uguali e che parlano uguale, te li ritrovi pettoruti di niente nei circoli cittadini, nei club creati per tentate ascese professionali e sociali, nei salottini finanziari, coi tratti del grettume istituzionale. È un’aia tarata sulla mediocrità non aurea: tutti i veri ingegni, difatti, in ogni campo, gravitano attorno alla sinistra barese colpevolizzata con l’aggettivo, radicale.

Fino a mesi fa quasi non esistevano politici pidini locali renziani: volevano impiccare Matteo, anzi. L’unica persona che oggi come ieri può permettersi di definirsi per vera scelta renziana è l’onorevole Giusi Servodio, donna con lunga esperienza politica alle spalle. Per il resto si pesca nel cabaret a piene mani.

Il primattore – piaccia o non piaccia, l’unico brutal-carismatico qui è lui e basta – è stato il ministro Michele Emiliano, docente ineguagliabile di baresità. Dalle scorse elezioni politiche, nell’arco di sette-otto minuti, è diventato aedo e fondatore del Movimento 5 Stelle pericolosamente trionfante, anche se nessuno lo sapeva da quelle parti e Grillo & Co. lo hanno mandato saggiamente via a pedate. Quindi renzian-non renziano, di Renzi con Renzi forse Casaleggio e i suoi i ragazzi Certi aspetti del berlusconismo sono da imitare Tatarella Gramsci Che Guevara i Ricchi e Poveri Bari Ultras Biancorossi Gianni Cuperlo Matteo Renzi Matteo Cuperlo Gianni Renzi Segreteria Pd acclamazione Forza Nuov… Ah no, quella no, Renzi, ok che mi dai vediamo RENZIANO SONO RENZIANO BASTA! E gli altri, nel loro orticello, uguale.

Ancora più squallido il folto manipolo dei Disarmati, cioè gli oppositori di Renzi, ormai polverizzati, che pure gli farebbero saltare il cranio: «Eh. Va bene, siamo diversi ma volendo un po’ uguali. Matteo, ci dissociamo associandoci e ti sosteniamo, purché non ci precipiti tutti dal Lungomare». Ma da tale nucleo democratico vulcanico la lava s’apprende man mano alla roccia dell’alma della maggioranza apolitica urbana, dal lattaio al chirurgo plastico ladro. Perché è scritto nei libri di storia patria: Bari sotto il fascismo divenne la città più fascista d’Italia, anche per le virtù del sindaco (podestà) a tutt’oggi più amato, Araldo Di Crollalanza, signore nato. Poi repubblicana pur essendo monarchica, filo-partigiana con il fez in mano, democristiana, morotea fanatica, lattanziana dopo via Fani. Poi il capoluogo più socialista d’Italia, col «grazie Bari» di Craxi, e quindi tatarelliana, e berlusconiana integrale, e fittiana, vendoliana pseudo-rivoluzionaria e in fondo un poco emiliana.

Oggi è detta, «fondatrice dell’Ordine predicatore renziano». Tanto che fiorentineggia già. Secondo lo stile imitativo grezzo connaturato. Ma che si spera diffonda una dizione, per quanto grottesca, meno zagna, riducendo, grazie agli effluvi cruscheschi, anche l’esubero di «ho uscito» e di «siamo andato».

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