Venerdì 20 Luglio 2018 | 11:03

Voto sovrano dell’urbe nostra ricottara

Voto sovrano dell’urbe nostra ricottara
di ALBERTO SELVAGGI

BARI - È una cosa vecchia perché l’abbiamo vissuta tante volte, ma puzza pur sempre di nuovo il pastrocchio barese delle elezioni per il Comune. Comune loro, non nostro.

Ci sono vari aspetti che incidono su questo passatempo costoso. E tutti sappiamo che al di sopra della teoria dei giochi, scienza che studia il rivaleggiare nei conflitti e nelle cooperazioni, c’è l’unità filosofica che chiamiamo voto. Suffragium imperator urbis. Come la Fortuna che nei Carmina medievali, nelle precristiane visioni era imperatrix mundi. Un voto egoista che, quanto il gene egoista, avoca a sé per i suoi comodi la selezione naturale che il politico nostrano, il gruppo di ragazzotti che trotta dietro ai suoi glutei si illudono di compiere.

All’orizzonte dei caseggiati di San Girolamo; dalla voragine dell’ex Punta Perotti dove si inerpica il sole, da oggi non c’è che la croce a matita del Voto. Un prodotto caseario, la grande ricotta fresca destinata a deteriorare nel tossico. Il gol della partita, tirato secondo regola o nell’azione fallosa; la risoluzione.

Si pugnalano per una ics sulla scheda nell’urna i candidati alle primarie della sinistra. Ragazzi barbuti impressi in formelle Fabbriche di Nichi sono al lavoro, un candidato slalomista ex forzaitaliota macina duro, è spuntato un tizio giovane dal padiglione auricolare trafitto da un dardo d’argento stile governatore. Ci sono Capa Quadrata (Antonio Decaro), il sindaco protettore che giganteggia su tutti, le mezze figure viscido dinoccolate che si filano in pochi e spuntano su a dire «tifo per tizio ma sostengo le ragioni dell’amministrazione». Ci sono tanti personaggiucci che animano la fantasia opaca degli elettori. Compresi i fattivi che agiscono, muti, e lasciano il ciarlio ai mammalucchi. Godiamo pure della mirabolante visione di un centro-destra che si prepara a ribadire la «nuova tradizione barese», consistente nella autodistruzione fratricida per la sconfitta sicura. E guardi il volto di uno e il volto dell’altro, e li confondi, strappato all’aratro uno, l’altro scampato all’inchiesta da taglio medio di cronaca. Ma negli occhi di tutti costoro non brilla che il riflesso del segno sulla scheda negli occhi altrui.

I candidati non vedono più persone. Vedono voti. Ogni persona è un voto. I baci e gli abbracci agli sconosciuti sono voti. Il loro cervello stesso è voto. E non pronuncia che: voto. Le boiate che ci raccontano pure. I disabili fanno voto. I dializzati voti. La fotografia con le carrozzelle voti. Il passaggio tv tra gli sfrattati fa voto. I boss fanno più voto di tutti, sinistra e destra comunicano con loro soprattutto mediante fiduciari e mogli: così, due parole. E il voto urla alle pedine che ne eterneranno la dittatura: «Vai a Japigia e proclama questa e quell’altra cosa, anche se nella tua villa tratti la domestica come una raccoglitrice di cotone e zingari e “fratelli migranti” li hai scacciati con una chiamata in questura».

Certo, stavolta la Rabbia Sociale targata «BA – FAME 2014», sacrosanta, e che ci aiuti, potrebbe cremarli tutti nelle fiamme della rivoluzione. Ma non accadrà. Perché Suffragium imperator urbis è anche il nostro padrone. Perché siamo schiavi degli schiavi suoi.

Noi siamo un voto. E sappiamo di essere voto. «Sì ti voto». E al contendente di questo pure diremo: «Ti voto». Nelle Asl aspettano il voto. Imprenditori e ingegneri edili aspettano i voti preparando cassette di pesce dono. Avvocati, commercialisti, giornalisti in riassetto di redazione o sulla via di fuga. Ci sono i senza lavoro, cioè quasi tutta la giovane disperatissima popolazione, che orientano la loro militanza sul cavallo vincente, e prevedere chi è non ci vuol molto. I pii che si prodigano al servizio di una ideologia lattea che fermenta in ricotta. I sempliciotti che, con presunzione pettoruta baresoide, si pascono del loro pur fallimentare studio privato e ti raccontano: «Un comunista vecchio stampo mi ha promesso il posto a mio figlio se gli porto i voti». E tu pensi strabuzzando gli occhi, «comunista che?!». E se già non avevi mai reputato un’aquila l’interlocutore, adesso sei certo che è cretino proprio. Secondo te quello baratta un posto per i tuoi nove voti di mentecatto ignoto quando ha leccapiedi che sgobbano da anni per lui, qualche primario che conta, portaacqua, presidenti di associazioni?

Accidenti, giochiamo pure a questo gioco. Che il voto ci verghi: è il padrone. Imploriamo un buco semestrale di lavoro. Ma non fatevi fregare come il suddetto povero a lui. No, maledizione. E valutate che ai candidati a sindaco già noti sta per aggiungersi un nome che nell’ambiente giornalistico corre da una settimana o più. Io lo conosco. Domenica prossima, in questa rubrica, lo conoscerete voi.

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