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Lunedì 22 Gennaio 2018 | 23:27

«Vorrei come figlia Rosalinda Celentano»

«Vorrei come figlia Rosalinda Celentano»
di ALBERTO SELVAGGI

Uelà, Rosalinda. La tua sensibilità di pittrice esistenziale mi era evaporata dalla testa finché non ti ho vista su Vanity Fair che parlavi di sposalizio con Simona Boriani, tua per sempre. Anzi, finché non ho letto gli «accetto mia figlia così com’è» di Claudia Mori mamma e l’assenso di Adriano Celentano padre ammutolito. Pierluigi, discografico scomparso, e sua sorella Gabriella avviarono il tuo legame con il territorio pugliese. Ti ricordi?
Non ci vediamo da un pezzo ma abbiamo fatto bisbocce a Bari e talvolta a Polignano a Mare in ville di comuni amiche. Anche se, esteta scabra, ti nutrivi d’aria a stento.
Sono quello che in piazza Diaz, sul Lungomare, quando precipitò dal cielo uno sputo di neve ti centrò per due volte il collo con due palle acquitrinose: «Che mira». Sono il tizio sufficientemente ebete che quel Capodanno gironzolava per la festa, nel bollore danzereccio, in canottiera tarmata (due buchi) sollevata orribilmente sul ventre: «Che schifo; mi complimento».

Parlavamo dei tuoi film. Della musica che sceglievi a Parigi, di Claudel e della loggia Santo Stefano di Polignano dove un’estate piantasti le tende con una mia amichetta. Delle tue amiche storiche, Ilaria D’Amico, Maria Sole Tognazzi, Monica Bellucci. Tanto che carezzai il delirio di scriverci su qualcosa. Monica e Crezia, le nostre ospiti a Bari, durante le riunioni conviviali manifestavano nei miei confronti stima e rispetto: «Alberto, non ti riprodurre per favore, altrimenti genererai un mostro». Io stesso affibbiavo simpatici nomignoli al resto della comitiva: «la stupratrice», «de idiozia», «la scarnificatrice di milionari». Finché una sera passammo a un gioco regressivo di gruppo, tipo «scrivi all’altro qualcosa affinché capisca». Su quei biglietti, leggendo nell’acqua della tua semplicità, della minorità da fuori luogo, della superiorità di chi da qualche anno appena si è decisa ad adottare il cellulare in permanenza, ipotizzai che non avevi ancora deciso se amare le donne in via esclusiva.

Perciò ti scrivo che sono contento, oggi, che tu sia «diventa grande a completamento di un percorso», come dicono le nostre amiche nel capoluogo pugliese. E che «abbia detto a te stessa, più che agli altri», finalmente ciò che sei. Sulla Muraglia aspiravamo la droga dello iodio; quella specie di umiltà, quella sorta di silenzio che avevi in corpo mi faceva impressione.
E invece hai scatenato un putiferio peggiore di quelli da Giamburrasca smilza nelle feste, con ‘sto «io e Simona viviamo insieme», col tuo ruolo di genitore vicario del figlio dodicenne di lei, Samuele. Ma il polverone si è levato perché già domani, nell’oro del mattino presto, il mondo che ci attornia è pronto a dire: «Non ce ne frega niente».

Gabri, Monica e Crezia non hanno fatto una grinza. Idem, ne sono certo, «Eve», la tua cugina onnipresente Evelina Santercole. Io non ho mosso un pelo, e non perché somiglio a Turandot e perché sapevo. Mi si è soltanto riattivato il neurone con sopra inciso: «Rosalinda, essere celentanoide che ho conosciuto anni addietro». Non lo senti? Perfino Adriano e Claudia l’hanno smaltita. Cadde il principio dell’omosessualità-malattia. Un pallido barlume ha ridicolizzato da un pezzo l’idiozia pregiudiziale di Freud e dei favolisti, sostenuta al solito senza uno straccio di prova scientifica.
Il palcoscenico della vita si è aperto. Resterà aperto per tutti. È una delle poche buone cose che ci ha regalato il progresso. In altri campi abbiamo perduto, parecchio. Campa contenta, Rosalinda, e benediciamo il cielo. Il cielo ci ha portato ciò che fu legge a Sparta, non soltanto in Atene. Vivi felice, perché noi siamo felici di fregarcene nella nostra contentezza.

E sta’ tranquilla: non ho concepito mostri, ovvero figli. Ma se mi capitasse per incidente infido, preferirei prole che si rigenera del suo stesso sesso. Un gay, meglio una lesbica – per usare un termine che ti fa senso -. Anche perché, adesso che ci penso, soprattutto oggi a un figlio etero non saprei che cosa dire.

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