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Sabato 20 Gennaio 2018 | 20:08

Nonnetti runner ecco gli «immortali» del Lungomare di Bari

Nonnetti runner ecco gli «immortali» del Lungomare di Bari
di ALBERTO SELVAGGI

Ci sono forme di perversione che, così come nascono, vengono dirette naturalmente contro un obiettivo, senza intaccare la fonte, e che chiamiamo comunemente «cattiveria sadica». Tra queste rientra sicuramente l’osservazione dei podisti molto avanti con gli anni, esercizio suggeritomi – tanto per non arrogarmi illuminazioni altrui – da un illustre appartenente al mondo delle lettere.
Ed eccomi qua, allora, non soltanto appollaiato sul lembo delle onde fetenti, ma introdotto come un drone lungo i tracciati battuti da quelli che potremmo chiamare cadaveri deambulanti, carcasse che si disfano competendo in velocità con tartarughe e lumache. Sono tanti ormai. E invece di sparire, come prevedrebbe il ciclo gestito dai vermi tombali, vanno moltiplicandosi. Si specchiano come highlander nell’occhio crudele che li esamina. E non nel senso di Yeats d’uomini tosti e scostanti, bensì di quello cinematografico fissato dallo sguardo ebete (gù!) di Christopher Lambert. Immortali, per quanto infossati nelle ceneri delle loro scarpette, runner che ansimano come sul letto dell’estrema unzione, che spremono i polmoncini corrosi nell’impennata del fischio miocardico, verso il traguardo di una Morte che brandisce una falce priva di filo, o che parrebbe della consistenza del vento sfatto di ‘sto novembre agostano.

Maledetti: fermatevi! Che voi non possiate mai più calcare le mattonelle schinicchiate del Lungomare e le strade coi crateri e i bitorzoli dromedari di Bari (un po’ grido alla Poe di tetraggine e un po’ma - ledizione biblica, ma, temo, vana)! Si bardano come fighetti del cavolo, incuranti del fatto che quelle stesse tutine saranno il loro sudario. Prediligono il monomarca, cintura reggi- prostata, Gibaud intestinale, canotta, pantaloncino, calzetta e sneakers coordinati. Nero, blu, più di rado blu giallo. Tengono al polso sinistro orologi di marca, veri o falsi, sul setto nasale occhiali da sole fascianti più adatti allo sci olimpionico che al loro arrancare e fra il carpo e il radio dal tremolio di Parkinson aggeggi digitali atti a monitorare i sistemi circolatorio, respiratorio, linfatico e genitale, che segnalano la fine corsa eterna col loro crepitare: frìc, bi-bip, fzzzz..!

Malvisti si infilano nei bar, grondanti come fontane, per gustare l’agonia degli ultimi Illy, Sao o Saicaf. Alcuni, ancora snaturati dagli eccitanti della nottata con le badanti, profittando delle lenti specchiate ragnano sui glutei delle ragazze. I più sincronici – ne siamo certi pur non potendo portare prove sonore documentali – sullo squillare dei clacson danno sfogo ai venti del ventre, o, quando accompagnati da sbarbine di 60 anni, simulano colpi di tosse catartica sì da non sprofondare nell’imbarazzo. Che schifo.

Sono abili nello scansare auto e camion con piccoli scarti, raro che un esponente del footing decrepito crepi asfaltato. Anche perché un accompagnamento scheletrico ne segnala l’arrivo, inequivocabile: cric croc (ginocchia), gnic gnic (la testa del femore nell’anca), rasp rasp (i tendini essiccati) graac graac (l’atlante straziato dal rotare cranico verso seni ballonzolanti), tump cloc cloc (il cuoricino cyborg dai troppi by-pass), clang clang (la mascella disarticolata).

E le genti cozzale di Bari si domandano: perché mai questi zombie si ostinano a trotterellare con movenze spastiche? Perché procedono come mummie liberate dai sepolcri in granito e alabastro? Perché corrono in paresi bilaterale? Non se ne possono stare sopra alle case? La domanda illecita merita una risposta chiara: a loro non frega niente di «riattivare il metabolismo», di seguire «il precetto del medico».
Sgroppano soltanto per mantenersi giovinetti al piffero, o per sgonfiare il pallone aerostatico che hanno al posto della pancia, sì da garantirsi altre tre o quattro improvvisate - previa inalazione di Viagra e Cialis - alle commari ormai desquamate, o alle cameriere multiuso dell’Est strapagate, prima di tirare le cuoia con un catacombale: «Oòoaaah..!».

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