Lunedì 23 Luglio 2018 | 03:45

Viaggio psichedelico nel cuore di Monopoli

Viaggio psichedelico nel cuore di Monopoli
Questo che segue è il primo capitolo di un libro psichedelico, «Viaggio lisergico monopolitano», dedicato a Monopoli da Alberto Selvaggi dopo una lunga visita di qualche giorno fa. Scritto «d’improvviso, in un tempo innaturalmente fulmineo - racconta l’autore -, senza conoscerne assolutamente il motivo e totalmente al di fuori della mia volontà. Volevo buttar giù un breve reportage sulla bellezza della cittadina che mi aveva colpito, e invece è sgorgata senza possibilità di porre argini questa interminabile mostruosità». La parte restante del testo, già completato in poche ore fino alla parola «fine», verrà, nel caso, pubblicato in altra sede.

di ALBERTO SELVAGGI 


Mi addentro in Monopoli territorio nemico, dato che sono un polignanese con sangue imbastardito da succo paterno di cipolla di Acquaviva. Temo l’avvento del collega monopolitanissimo Antonio Biasi e del pitbull, sosia nel corpo e nello spirito, che trovò per destino in un cassonetto dell’immondizia. In redazione ci battiamo con veemenza, dato che Monopoli e Polignano a Mare sono da sempre in guerra come Siena e Firenze. Ma non voglio finire su Fax Polignano sotto il solito titolo: «Botte da orbi tra monopolitani e polignanesi – Eroico compaesano ferito, corna, denunce e parapiglia», siglato M.O. (Michele Oggiano). Anche perché il Biasi, bruto brutto e cattivo, mi ridurrebbe a marmellata con un dito. Sono qui, in segno di pace e di amore, attraverso un viaggio chimico. Qui oltre le porte blakiane della selva di splendide piazze, vichi, locali curati con mania di preziosità endemica nella «piazza bianca» che ammirò Flaubert. Perché, invitato per un incontro culturale, ho trascorso poi del tempo con turisti milanesi che si calavano «cartoni» o «paperelle», specie di francobolli allucinogeni con sopra sgargianti bizzarrie. E perché hanno disciolto tre gocce nel mio the freddo, spillate da una boccetta con etichetta bluverde. Il reportage lisergico monopolitano è incominciato così.

Bocca secca, mandibola tesa, caldo freddo, e un magmatico cuore estroflesso nell’emersione lenta di un mondo divino, mai esplorato, diverso. Alcuni giovani camminano davanti a me. Il limbo compenetra pian piano la «Menòpele» antica che ha forma di placenta marina, non lambisce ancora la scacchiera ottocentesca, separate dal solco dell’incubo. Siamo in Porta Vecchia, non ci mettevo piede da 15 anni o 25, ‘sti tre viaggiatori acidi abituali non l’hanno mai vista. Ma, causa la loro sensibilità cementizia, dubito comprendano quanto possa essere stregante nel suo magnetismo. C’è una muraglia, ci sono scale discendenti piccole, c’è un precipizio su una lingua di sabbia che si restringe a coda di vipera, giungono voci lunghissime, lente, distorte, lontanissime, dalle canoe del Circolo Pro-Monopoli che arrivano, guardo, se guardo, e i vogatori invece sono quasi alla meta: negli occhi mi si inchiodano i deltoidi lucenti, splendidi che ricamano il circolo dei remi e capisco perché per gli «psiconauti psichedelici» Lsd e simili sono sacramento: tutto è niente, e questo è onnipotenza, onnivolenza, omnicoscienza. Poggio la pancia sulla ringhiera madre, tutta la realtà è maschia e il maschio determina l’avvenire della vita.

Potrei precipitare, ma non precipito. Risaliamo, davanti ho un fottuto di testa meneghino che ha crocifisso sulla schiena il numero 33 della maglia sportiva. E per la prima volta mi rendo conto del biancore avvolgente di via San Vito che costeggia il mare in altezza. Bianco tra i piedi, bianco a destra, a sinistra una chiesetta dedicata al martire bambino premuta di piante e rigogli d’edera, San Vito patrono dei polignanesi, polignanesi e monopolitani cugini poco fratelli, mi sfiora un ciclista, circuita su se stesso e si commuta in spirale ottica girandolesca, due fiori e un rettangolo di cielo s’avvitano ugualmente, la chiesa si piega su un fianco, si china di sgomento e scricchiola, ha una porta per bocca ma non dice niente, anch’io dico niente parlando già nel mondo chiuso dentro: vedi vicino al tempio quella stradina stretta a budello attraverso la quale passa uno scheletro a stento? Sì, rispondo al me altro che mi parla dietro. Che scorgi al termine? Il buio, e una casa, dentro c’è una vecchia, una vecchia fucsia che compare alla finestra e grida: «Ehi», e grida «ehi», è in prigione là in fondo là dietro, pensa a un incendio, pensa a un crollo, a una rissa davanti alla strettoia dantesca, murata viva, murata viva sempre, e d’improvviso come dalla tana la murena esce, sguscia plasmatica lungo le pareti, è rosa la decrepita ma di un effetto che acceca, mi segue, è difforme, urla lungo la via sacra San Vito: «Figlio di puttana, sono una lumaca rosa, sono una lumaca rosa e tu mi hai cavato dal guscio con lo stecco», e io osservo me stesso dall’esterno, da quella dimensione angosciante nella quale ci si disancora dal proprio nucleo di pensiero, privati di ogni comunicazione simpatetica, guardo penosamente questo Io che guarda la scena, e si ripete quanto vedo e rivedo, come la fiamma perpetua, sempre più rapidamente, oltre il sedimento del tempo: dammi un coltello, col coltello la fermo, voglio dire, mi fermo nel tormento! Qua ci sono un ristorante, un lussuoso bed & breakfast, avranno pure dei coltelli.

Giuda, umano fra gli umani, apostolo fra gli apostoli nel tradimento, devo uscirne, ma come ci si disincaglia da un Sé che racchiude un Sé dentro Se Stesso? Credetemi, quella strada d’incubo è una meraviglia, buona parte di Monopoli è meraviglia, mi pento con le istituzioni di averla insozzata così. Ma sono immerso nella dietilammide - 25 dell’acido lisergico, e la sua forza allucinogena è di una frazione – cosa incredibile - superiore alla mia. E quindi fa e disfa. M’appiglio al vascello dell’ebbrezza. Un tizio mi parla del quartiere della droga invalicabile nella Madunìna. Non sento nulla, vedo. Vedo una bocca fosforina che s’apre e chiude senza cavare niente, due puntini d’occhi che si divaricano in finestre e le note dei fonemi sciorinate nell’aria come panni stesi: «Cià vu? Cià vu?» «Cod ieu proapr da d’!» (quello è proprio un fesso), devo avere urtato qualcuno, un mostro, o un bruto, non so bene, non ho tra le unghie il Dizionario etimologico monopolitano del Reho, sembra che il facocero, o uomo bestia, mi stia dando del cretino. Be’, crepa: «L’ospt’ ieu come u pesc, dap tra d’ po zz» (l’ospite è come il pesce, dopo tre giorni puzza), dice il proverbio. E a me sono bastati venti minuti appena.

Guardo i cannoni, il ferro esplodente nella camminata sul Bastione Santa Maria che guarda il Castello di Carlo V che guarda l’ingresso del porto sospeso. Cerco Dio tra le nuvole straziate che sfilano nel neon del cielo, invoco psicotrascendenza, ripeto «resilienza». Chiamo Massimo, uno del drappello, faccio cenno con la mano, labbra in paresi, un fiume di sensazioni disconnesse mi attraversa il petto, entro in sovraccarico neurale, non sostengo più la carica emozionale che mi scuoia dalla cavità di madreperla, è stupendo e orribile, è un gioco sul precipizio del cervello, non me la sento di entrare, scrutare le segrete del maniero che ci si para davanti adesso dopo due passi o duemilacinquecento. Sudo ghiaccio, sudo gelo, troppo nero, i barbagli della pietra mi accecano, non ho occhiali da sole sulla rètina della mente, sento fremere di rosso amabile il Castello come un immenso seno, riconosco il tuo seno anche se l’ho visto soltanto ricoperto, adorabili colli di ferro: ci siamo amati io e te e non ce lo siamo detti, ho amato il Castello di Carlo V e non l’ho rivelato a me stesso.

Eccoti, adesso, ascolto suoni inauditi attraverso il tocco dei polpastrelli, guardo un chiavistello che diventa voce sgorgante dalla Terra, è la contaminazione percettiva convivente: l’Uno è Tutto, Tutto è Niente, il Brutto è Bello, recitavano le tre streghe di Macbeth. Sono io, sono l’Io, il Ta gliaerbe, sono la Regina Acida che si fa Dio terrestre, posso tutto e posso niente, «stato alterato da composto sintetico» in fondo significa nient’altro che amplificazione sensoriale estrema: guardo i vermi della morte percorrere le pareti del fortilizio, guardo elevarsi e cadere sopra l’ingresso l’elmo di guerra del re spagnolo che ho visto nei dipinti, lucido e gigantesco, finché il mare, lungo possenti arcate sessuali, penetra il ventre dell’edi - ficio che geme, trema di fremiti convulsivi nell’orgasmo infinito, un orgasmo che sento, l’orgasmo che senti, orgasmo follia, ciò che sono e che sei, e che partorirà con furore maschile dal portale irrorato di seme negro un gozzo blu rosso con gli occhi di Satana conficcati nei remi. Non verde rosso come i colori delle barchette polignanesi. (...)

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