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Giovedì 18 Gennaio 2018 | 20:14

Delizia che accomuna  Vendòla ed Emiglién'

di ALBERTO SELVAGGI

Li leccèsi tenenu la puccia cà mangianu sollevando lu mignolu, nu sai? E i barìse tengn la fcazz che acciaffano con le manotte palmate. Un alimento denotativo quanto lo stemma biancorosso comunale.

Il barese, se non è fesso, quando mangia la focaccia, anche se si trova a Fesca, raggiunge il Castello di corsa e ammena la carta oliata nel fossato: altrimenti resta in pena (il foglio planando fa «flip frat: tump», perché è pesante, d’olio kine kine). Oppure fa lo stesso dal balcone nelle feste in casa, se non trova subito la pattumiera in cucina. E se qualcheduno ci dice, «Scusate, chi ha menato abbasso la carta oliata? Non per niente, è che hanno protestato quelli del primo piano», il colpevole risponde: «Io no. Perché, dove sta?»

Spesso, se uno è guzzalo forte, mena via a scutùra (sputo) i pomodori ammuquati: «Sput!». Se invece vuol fare il finetto usa il dito o l’ònghiera (unghia). E come il pomedoro se ne scende a terra si sente, «splact». E resta là con le altre bucce in modo da disegnare una corolla o un prato di papaveri sul marciapiede grigiastro. Questi orticelli urbani si coltivano soprattutto davanti ai panifici più frequentati. E quando il titolare, ogni due ore al massimo, esce col grembiule impiastricciato e ruminando stòzzeri (pezzi) di «fogaccia» con la gi grida, «aoueiouuu!, sciataffammocc…! (perdiana). La volete finire di menare le pomodore qua davanti?!», il cliente, se è savio, fa la faccia brutta, contesta «au, e cciè ccose…», fa due passi e scarica i restanti ortaggi penzolanti all’angolo. «Eh», si compiace il panettiere.

Nessuno sa fare la fogaccia come a Bari. Nessuno. Nessuno ci batte a noi: nessuno. Lo stozzero di fcazz accomuna u topnìdd (ladruncolo) e il professionista o il politico della Reggiòune. Nichi Vendòla e MichelEmiglién’ (Madonna del Carmine quant’è brutto quest’ultimo quando la mangia). Lo smilzo runner e il lardoso imboscato in qualche ufficio pubblico.

La focaccia di Bari non è focaccia di Bari se non ti fa la mappazza sull’orifizio dell’esofago: e hai voglia tu a menare la berotta (eructatio). Deve, non «può»: deeève essere psànd’. Chiaro? Appena entro i limiti dell’indigeribilità. Viene metabolizzata nell’arco di 6-7 ore. A volte 6-7 giorni. E soltanto quando senti il groppo lievitato che si dibatte sai di portare a spasso una compagna vera che non ti lascerà mai. Sovente questo «glo-glo gloglòb burp» è accompagnato da reflussi gastrici gassificati da sfiati birreschi (ah seeèh! che altra finezza ho scritto) dato che il malto, come ammaestravano gli scribi di Amenofi IV, si accoppia alla semola, quando non alla malta, nell’affinità. Da cui – vi prego di apprezzare la premessa filosofica «a incastri» – se putacaso vedete uno per strada che inghiotte la fecazze accompagnandola all’acqua o a sciacquature dolcificate, sputateci subito in faccia: «Sìnd uagliò, mavaff… (ti esorto a preferire abitudini condivise). Com’è, colla fcazz t’ biv’ l’acqu’?!». E se proprio siete indignati, accompagnate il rimprovero sospingendo il gimmone con una manata tra labbro e globi oculari: «Ma vattinne, va’».

La focaccia è una sorella di strada. Se la mangi a tavola, peggio quando destrutturata in tocchetti come fanno quei pieni di corna di Roma o di Milano, cambia faccia. È nata pezzente. E nel fango, foss’anche fra dita divinizzate dai diamanti, deve restare. I panificatori più migliori a Bari da un po’ la sfornano anche in varietà dietetiche, integrali, meticce, extra-comunitarie. Ma la focaccia bruno marocchina, o negra nigeriana, ‘ste ruote piallate, ‘ste masse espurgate di ogni esaltante, esmesurata, dannunziana tossicità divorante, non merita il permesso di soggiorno oggi né mai.

L’Europa e l’europeismo, idiozia che si fa concetto nella rovina dei popoli, i biechi sgherri delle multinazionali da far saltare in aria provarono a strapparci pane altamurano, taralli, cozze, musci, latticini e quant’altro per foraggiare ulteriormente imperi livellatori ed europarlamentari che andrebbero mandati a casa. Beh, Bruxelles, Strasburgo, o come cavolo ti chiami, te lo dico davanti al mondo prima che azzardi altri passi: prova a mettere le mani sulla focaccia di Bari e ti ritroverai il Palazzo di vetro invaso da baresi che, sputacchiando pomodori ovunque e ammenando carte oleate ‘nderre e sui tavoli, minacceranno: «Mè, e ndò stonn ‘sti mulacchiòn’ d’ deputat’?!».

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