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Giovedì 18 Gennaio 2018 | 16:41

Il barese del Murattiano fa il francese e non saluta

Il barese del Murattiano fa il francese e non saluta
di ALBERTO SELVAGGI

Salve. «…». Buongiorno! «…». Buon Natale. «Uh…». Eh che simpatico. Buonasera. «…». Roba da matti. Il barese del centro spesso non saluta. Deve aver letto su qualche manuale che tale consuetudine afferma la discendenza dal Maresciallo dell’Impero di Napoleone, artefice del borgo nuovo: di chi sei figlio? Che cognome porti? Forse che ci conosciamo? Ci frequentiamo? Sei amico di amici? Derivi da nota famiglia? Poi, dove campi, a Carrassi? Voglio dire: perché mai dovrei salutarti allora? Posso compiere con degnazione francese uno sforzo («gù»), ma del «gendro», cioè del centro, non potrò considerarti di sicuro.

Come desidera, va bene: felice Pasqua. «…». Auguri eh. «…». Prego, le apro il portone, salgo dall’avvocato, sa. «…». Non è soltanto per «il complesso di Murat» se il barese del gendro è inviso alla cittadinanza extra-centroide. Ma anche perché è convinto che il dio tremendo dell’urbanità abbia eletto come popolo chi dimora nel quartiere suo.

Il «gendrismo» è una categoria diversa da quella che sviscerava Ciriaco De Mita ai tempi della Dc triumphans. È un mal d’Africa pragmatico più che metafisico, più che ancestrale, spicciolo. È difficile che, pur dopo pochi anni, qualcuno riesca a rinunciare al centro ovattato optando per la Bari dell’altrove. È un virus che uniforma i dimoranti e li incatena: il centrista parlotta davanti alla palestra o nei bar formulando battute. Conduce il cane strippato al piscio, va dal barbiere in centro, in centro dal notaio, sull’altro isolato dalla manicurista, alla bisogna dalle massaggiatrici erotiche. La femmina cura la casa mediante la schiava abbrunita, ordina la spesa con consegna: tutti pascono della massima comodità centrale, a un passo boutique, librerie, alimentari ingioiellati, banche, studi medici, uffici.

Poche città al mondo sono più centro-centriche di questa. Nell’umbilicus urbis c’è tutto ciò che conta, muore, nasce e serve. In centro, è vero, si concentra il maggior numero di facce del piffero: ordinari professionisti dall’inarcato sopracciglio, proprietari di palazzi di sinistra o di destra, tomi col «fizzo» sotto al naso che fuori dal perimetro di Joachim svaniscono. Basta che incasellino un dott., un avv., un comm., un arch., un ing. davanti al nome e s’empiono il petto d’altitudine ventriloqua. Dimenticano, obnubilati dal provincialismo, che ci sono dott., avv., comm., arch., ing. su ogni isolato e metro. Non sanno che esistono una cosa che si chiama Morte e, a quanto si racconta, qualcuno che porta per nome Dio. Sono merce umana mediana, ma meno sgraziata degli invidi che ai margini covano la frustrazione di non far parte del fulcro e dell’élite.

Il gendro non esprime la bellezza dei nuclei delle città d’arte o di alcuni paesi vicini. Ma è di gran lunga il miglior quartiere in cui vivere. Perciò vi si riversano masse passeggiatrici che belano: il contrario non avviene. Il quadrilatero spicca in autorità sui rettilinei della Bari umbertina, dove si aggregano edifici di pregio; non vanta gli scorci verdi di Poggiofranco, unico contraltare immiserito. Ma resta il sommo bene che muove i nostri cieli.

Simeone Di Cagno Abbrescia l’ha cambiato inaugurando la movida. Da allora ciò che fu un paradiso serale di posti auto vacanti dei centristi è diventato parcheggio esaurito. Tuttavia gli ha risparmiato l’estro innovativo delle gestioni emilianensi, che l’ha strangolato nel traffico definitivamente.

Si favoleggia che in centro risieda la maggioranza dei riccastri: beh, è vero. Che qui si evidenzi il look convenzionale più piacevole: vero. Che l’andamento brioso conforti e attragga divorziati e single: sì. C’è un divieto sosta per ristrutturazioni o traslochi tutti i giorni su ogni marciapiede. C’è un centrista che in ogni androne non risponde al saluto del mentecatto senza referenze: buongiorno. «…». Salve. «…». C’è un idiota che non sa che Gioacchino Murat stesso era figlio di un albergatore, espulso per rissa. E che nel suo quartiere, con le vie a scacchiera, ha lasciato lo stile d’arricchito che della signorilità interiore fa professione di cafoneria.

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