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Domenica 21 Gennaio 2018 | 22:57

Cavaliere, la nomineremo cittadino onorario barese

di ALBERTO SELVAGGI

Caro presidente Silvio Berlusconi, la saluto a nome dei baresi, compresi quelli che le stringerebbero il cappio al collo. E le dico che: sì, la sua causa per la cittadinanza onoraria del capoluogo sta procedendo come doveva, grazie ai miei servigi di postulatore. Lo testimonia anche il manifesto di intenti srotolato dal sindaco, diversamente democratico, diversamente grillino non appena le urne eruttarono il trionfo, e suo diversamente ammiratore: «Caro Silvio, bentornato a Bari», ieri dai balconi municipali in striscione (lo reggevano due consiglieri del centro-sinistra impalati, nascosti dalla balaustra). E lo assicura anche il nomignolo che si è guadagnato il primo cittadino: «Usai», o «Il mago delle serrature», data la sua propensione a concedere chiavi della città a personalità di valore: la Pfm, Fini, Tulliani; no, il cognato no.

Forse, preso dai cento incontri in casa nostra, Ella – mi pregio di rivolgermi così - non si ricorderà più bene di me. Per sgombrare da incertezze la sua fronte le rinfresco la memoria: sono il tizio che le ha domandato un prestito - mica estorsione - in piazza Ferrarese alle 7,15 quando l’ha sorpresa a non richiedere lo scontrino fiscale del caffè al bar (Marco Travaglio pubblicherà quasi certamente un libro su questa vicenda, molto interessante: «Il signor B e la tazzina rubata agli italiani»). Ma c’è un precedente che avrà immagazzinato soprattutto il senso del suo sinistro gluteo: tanti anni fa, quando Ella piombò a Bari per il congresso del Psi, quello della canottiera, la intervistai sospeso in orizzontale, sostenuto dalla folla. In quella occasione scommisi con un collega di Telen’rb (Telenorba in conversanese) – può testimoniare, e mi rivolgo qui al dottor Antonio Ingroia, ossequi, a proposito - che le avrei palpato il sedere perché Ella porta fortuna. E così fu, complice la ressa che guidò la mia mano morta: 150.000 lire vinte, mai ricevute. Ma un dono, presidente, me lo consegnò la sua sorte augurosa: venni assunto dal giornale per il quale prestavo a nolo l’opera. E io, come il Padrino di Coppola, non mu scordo.

Questo amarcord per supportare le motivazioni con cui presto le consegneranno le chiavi di questa città socialista e berlusconese, anzi berlusconica: la fortuna. Il successo. Che risolleverà la nostra sorte di negozi che chiudono, di ex dipendenti nelle mense dei poveri, di casse comunali che affogano. La sua sola presenza ha creato e impinzato trasmissioni nemiche in tv, quotidiani società per azioni, fatto vendere milioni di libri e libelli con «B porco» stampato sopra, attivato gruppi finanziari, editori, ha inventato giornalisti antagonisti nella fiction narratologica, esegeti, tutto, circuito, moneta, luce.

Presidente, avrà avvertito anche lei che Bari è sua e Berlusconi nostro. Un delirio mistico l’ha ricevuta oscurando la fama di uno svantaggiato che non è padrone delle tv: San Nicola. A cena ha cantato «La vie en rose» con gioia. E Voi, e noi, padrone, non vorremmo chiamar questo altrimenti che «amore»?

La stessa gastroenterite che la colse al Circolo della Vela nel ‘94, sua prima volta, non va collocata forse nel solco di comunione? Se avesse tempo per sfogliare la «Fisica dell’amore» di Remy De Gourmont (Giuseppe Laterza e Figli, Bari, 1905) apprenderebbe che negli animi sensibili le affinità dirompono nel loro nascere talvolta con crampi e disfunzioni intestinali. E tante, tante sono le associazioni.

Sappiamo che Ella apprezza le nostre figliuole, anche se ne brucerebbe viva qualcuna (lo faremo noi, le assicuro, con la complicità di un consigliere del Pd in difficoltà con il mutuo). Sappiamo che nutre sintonia naturale con i nostri più promettenti giovinotti, bioccoluti o ancora in lizza per il trapianto capelluto. Sappiamo che ha scelto la Sala Zonno per dar fiato al ventre col suo plotone: un luogo mito della baresità, sposarsi nella Sala Zonno, laurea nella Sala Zonno, comunione nella Sala Zonno, nozze d’oro nella Sala Zonno, Zonno, Zonno, Zò, Zò, Zò... Comuni amici politici mi hanno confidato che manco stavolta ha voluto i frutti di mare crudi: presidente, ci possa cascare la lingua se la forzeremo mai in alcuna cosa. Continui col cotto.

Io me ne frego dei cagnoni televisivi rabbiosi che la vessano e si portano dietro al guinzaglio cagnetti maldicenti che leggono elencucci in copia, o vignettisti rodomonti, geniali ma fanatici rossi. E con me tanti fra noi. Sono sicuro che nei suoi giretti avrà già menato l’occhio alle location da scegliere per far base in loco: il Castello Svevo mi sembra perfetto per le feste in costume. Le invitate le sistemiamo in bilocali da ricavare nella Camera di Commercio o in Prefettura. Palazzo Fizzarotti no, è scomodo. La piscina in Basilica neppure; il riscaldamento in inverno è difficile, navate troppo alte, complessa la controsoffittatura; poi ci sono i domenicani di mezzo, e quando si tengono i party come si fa? Potrebbero pretendere ticket gratuiti, o voler provare gli antifonari; una rogna, a meno che non mandiamo Lele Mora come mediatore. Gira col rosario al collo, s’è fatto cattolico.

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