Domenica 22 Luglio 2018 | 20:33

Tipi da cinema  tra barbe e botox

di ALBERTO SELVAGGI

«Alberto, vai al Bif&st?». «Io non sopporto il Bif&st, mi stanno sul piffero li registi, li produttori recottari, li critici». «Vengono Verdone, Frears». «…». «Sai chi è Frears?». «…».

Così sono finito, nelle vesti di spia malevola, al Bari international film & tv festival, che a causa di un’idea di Felice Laudadio, direttore artistico, dal 2009 ci tormenta. Ma scortato dalla fronte bassa di Antunèl (Antonello), mio vecchio amico ingegnere, più bravo dei meccanici della Ferrari con auto e motorette: idiosincratico verso tutto ciò che puzza di cultura e di manierato impegno.

Ovunque, nell’aurea bianchezza del foyer del Petruzzelli, spande un che di vendolistico variegato pidino. Da per tutto incombe una sovranità in celluloide nomata Apulia Film Commission. E molti cinefili appaiono già infiacchiti da tour de force di rassegne e anteprime nei cinema: dalle nove alle 23,15. Il 17 seguo la lezione di cinema di Sergio Rubini, un incrocio tra Orson Welles, Stanley Kubrick e Vittorio De Sica, e che sa bene di esserlo. L’attore regista copre la sua magrezza con abiti beccamorti, il suo genio con una zazzera presa da troppe intuizioni per ridursi in un taglio da barbiere di Grumo Appula. Il 18 è il turno della sfilata international, quando la «tendenza» (moda cultural chic) si fa «tendenzissima» (iper-snob intellectual).

Antunèl nel Politeama dà segni di malumore presto: «A me mi danno fastidio queste cose, non le sopporto, mi innervosisco». La fauna cinematografara va e viene centellinando il ritardo aereo del «Maestro Frears» inglese, atteso per le 11,15 (quello di Alta fedeltà, The Queen, mi dicono). Un maschio su tre inforca occhiali d’osso spessi, pantaloni dimissionari, spallucce forforeggianti, borsa di pezza scoscesa. Gli aspiranti attori, vuoti pneumatici talvolta vanesi, quasi più asini di quelli che vediamo al cinema o nelle patetiche fiction italianesi, giovinotti, o quasi vecchietti, hanno sovente barbula e/o baffetto. In sala sono 893,7. Accanto a costoro, 281 aspiranti sceneggiatori, 11 produttori a loro insaputa e 1296 attricette dall’espressione improntata a un qualche acculturamento.

Sottopalco becco un critico manualistico: capelluzzo bianco vaporizzato ritto, aureolare al bucazzo sulla pelata. Suoi colleghi, fatti di Tavor, non sono del tutto dissimili. Molte ragazze portano lenti sul naso, pure quando hanno vista aquilesca. Vestite finto semplici, dizione ammaestrata, acque chete.

Una sgambetta cosce chilometriche. Calze floreali, o rigate Regina Coeli. Una bonazza, attrice di seconda fila, a metà platea s’alza a intervalli e guarda dietro spandendo un sorriso paesaggistico che invoca d’esser guardato.

Antunèl, soggetto dal cinismo tetro - a scuola sui quaderni disegnava cimiteri e cipressi espressionisti -, carica ulteriormente la mia visione grettissima: «Vedi quella? Sicuro se la fa col produttore». «Bene». A questo punto Antunèl ci lascia, poiché deve andare «a installare dei termosifoni a casa da solo». Meglio così; mi faceva fare soltanto figure di cacca ulteriori: crepa!

Su via Alberto Sordi, artista barese divenuto famoso recitando in romanesco, fanno chiasso studentelli scudisciati da professoresse. Dall’ingresso maestro si ode un burdèl: è arrivato ‘sto Frears, sotto una coppola niente di che. Flash, «Stephen, Stephen!», le pulzelle in estasi (tanto non vi prende), i critici disarticolati per corrergli dietro. Guadagna il palco. In sala tutti assumono espressioni neo-platoniche, quando non aristoteliche. Sul parquet frullio di passetti delle hostess gluteizzate in pantacollant stile Sukia o Jacula o Isabella (fumetti erotici anni Settanta dei quali sono esperto). Intervistano Frears. Accanto mi sta una brunazza paperinizzata da un eccesso di botox nelle labbra congolesi; assente a ogni battuta del Maestro, o citazione filmica, mi guarda cercando consenso (ma che vuoi?).

Stessa sequenza ieri, col Verdone in Variazione Goldberg all’amatriciana. Facciotto elastico simpatichello, bravo, piacevole, uno dei pochi del cinema che non se la tira. Resto ad ascoltarlo nel teatro in piedi: altro che «er Friare», ha fatto er botto, pure li palchi pieni. Nel suo omaggio parla de Arbertone, der viaggio a Budapest col Sordi predetto, de tante artre cose, ché er cinema in fondo non è artro che Roma bella.

Mi pianto alle spalle di Laudadio. Fisso la nuca del Laudadio. Non so perché. Guadagno una poltrona liberata da una collega straniera (è di Andria). Sonnecchio, mi risveglio. E medito il modo per buscarmi una nuova querela.

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