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Mercoledì 17 Gennaio 2018 | 16:08

Non possiamo non dirci tutti «gazzettari»

di ALBERTO SELVAGGI

La Gazzetta del Mezzogiorno non è un giornale bensì un’identità cittadina nel senso più vero. È una persona di famiglia e come tale si compra mentre si disprezza, si ama mentre si irride: come il servo con il padrone, come la moglie con il marito, come il marito con la moglie, come i figli coi genitori e i genitori con la prole.

La Gazzetta è femmina, pur covando inclinazioni maschili nel cemento profondo. Non è «il giornale», non è «il quotidiano», è La Gazzetta. E culla l’amnios nelle fondamenta, sotto al terzo piano interrato, che si estende su un enorme perimetro come i livelli superiori. Ha la sua centrale neuronale nell’esagitata redazione centrale del terzo piano, uno spazio aperto. Pur costituita da tante firme e svariati comparti lavorativi, viene antropomorfizzata in una presenza singola dai paranoidi, e non sempre acutissimi, politici autoctoni: «La Gazzetta la tiene con me». «La Gazzetta mi vuole bene», secondo le circostanze. Quando magari nessuno del giornale se li fila di striscio.

Il fulcro di tutto questo fu e rimane il capoluogo pugliese. Perché il quotidiano, comunque la si ponga, conserva il richiamo fondante baricentrico. E anche per questo un barese non può dirsi tale, un barese non può dirsi barese nel Dna, nella mentalità, barese inguaribile dentro coi suoi difetti e i non tantissimi pregi se non porta La Gazzetta a zonzo. Quando vedete qualcuno che la stringe nel palmo o sotto il braccio e la tiene premuta sul cuore, allora potete dire con certezza assoluta: questo tizio è di Bari, ma proprio di Bari sul serio.

Non esiste il vernacolare «la Repubblic’», o «’u Corrìr du Mezzoggiorn’». Non c’è altro, in barese «dop», se non «La Cazzett’», «La Gazzettdumezzoggiorn’». E non mancano mai i canzonatori, «kidd’ chernut della Gazzett’», e via declinando secondo l’uzzolo.

Scenetta: due topini di riflusso sgasano su una motoretta. Adocchiano alcuni gazzettari che cincischiano prima di superare l’ingresso secondario di via Gorjux. Rallentano, fanno inversione, puntano verso il drappello e sostando al loro fianco in surplace esternano: «Au!, ‘l kin d’ mmerd d’ la Gazzett’!». E, paghi della missione compiuta, impennando tornano alle loro occupazioni. Avessero incocciato in Indro Montanelli, Walter Cronkite, Giampaolo Pansa, Oriana Fallaci, non li avrebbero degnati nemmeno di un’eruttazione.

La Gazzetta era un palazzo augusto, antico e bello che riluceva nella notte sulla piazza della stazione. Dal maggio 1972 è un edificio di sette piani su viale Scipione: quattro nell’aria, tre sepolti. È una struttura dagli ampi spazi, piena di uffici, bagni, ascensori, laboratori, operai, ingegneri, esperti informatici, dipendenti amministrativi, giornalisti, poligrafici, fattorini, giganteschi pannelli elettronici, colossali generatori e centraline, cascate di vetri, depositi enormi, archivi, ambienti inviolati, un luogo sconfinato nel quale puoi perderti, giocare con la solitudine, scomparire, su nelle torri, giù nelle viscere del mostro della rotativa.

È qualcosa di strutturato, acciaio, cemento, computer. Un’arca con stipati tanti figli del diluvio. Una cattedrale piena di storia del Meridione e di aneddoti che non starebbero nelle pagine dell’interminabile Recherche di Proust. Ma non posso riferirli, per quanto succulenti, fantasmagorici. Non mi è stato concesso il permesso, purtroppo.

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