Venerdì 20 Luglio 2018 | 07:08

Grazie, Dio che hai creato  il cielo nero per gli uomini

di ALBERTO SELVAGGI

Dio, grazie per il cielo nero. Valhalla ammutolito dei combattenti senza onore, Arca alleata dei marchiati in fronte, rifugio contro le maledizioni del Sole, Eden melanconico degli spiriti che guardano come trovatori di lontano il fuoco dell’amore. Basta camminarci sotto solcando via Sparano con il naso conficcato nelle nubi, oppure salirci sopra, guadagnare il livello del pinnacolo di Mincuzzi con un viaggio extracorporeo, e continuare a muoversi guardando giù accolti dall’oscura beatitudine.

Grazie Dio per distendere questo mantello qualche volta sulla nostra fronte, per aggrumare gomitoli, frange mozze, nembi e cumuli che si inerpicano fino al covo di un paradiso in cui è stata spenta la luce. Fosse così sempre la volta di Bari, il pavimento di palazzi già sarebbe meno anonimo e acquisirebbe suggestione.

Grazie per una città meno arida e più fluida, meno deludente e più onirica della sua ostinatezza rettilinea, quasi lussuriosa sotto il sudario umido, e che obnubilandone gli spazi e sfumandone i contorni la rende nido per le anime che viaggiano nel vento della produzione.

Quando il cielo si corruga, abbrunisce con gli astri che ha in corpo, si impenna e si imbeve di nuvole minacciose, perfino il parallelepipedo di cristallo funebre che deturpa piazza Moro nuoce meno di un tir che ti passa sullo stomaco. Tutto si fa caligine, i clandestini e i barboni, abbandonati come carte unte in un capoluogo in cui si coltiva il pattume con crescente perdizione, sanno di avere un alleato finalmente che li guarda senza dire una parola. E intonano: «Grazie, Signore, perché il cielo nero è con noi». L’atmosfera inchiostrata li culla come non fa il sole, uso a bersagliare con i dardi della dannazione. Il Teatro Margherita si vela di quel senso umbratile che si calano sugli occhi certe donne nella seduzione. E sembra bello e vegeto, anche se è cavo e morto. Il Petruzzelli, ex politeama glorioso ridotto a un grottesco baraccone precipitato nella fossa, inspira e espira, ingloba e soffia i refoli brumosi, bava del cielo che scende sui nostri luoghi. Tutta la Basilica si mostra nella volontà di potenza mistica, compressa nell’agitazione: e soltanto sotto questo soffitto buio puoi dire che quel volto di pietra si è fatto volto di Dio, che quello è il volto di Dio, volto di Dio che ti si mostra. La Cattedrale, secondo splendore che si concentra nel borgo origine di tutte le cose, si veste di lugubre come la Vergine ai piedi della croce; è l’edificio femmineo per antonomasia, quanto il Castello è maschio dominatore, e si adombra spegnendo la volgarità del biancore.

L’intero territorio, fin giù tra le campagne perdute delle industrie, si trasforma nel convogliare delle idrometeore blu dell’inquietudine. E mentre le intelligenze motrici smuovono i nove cieli dal torpore, e mentre gli agglomerati di vapore si dilatano e si squarciano di aloni, di corone e glorie, e mentre gli altostrati e i cirrocumuli si accoppiano nel gelo della convulsione, tra l’asfalto e i marciapiedi niente rimane più quello che era. E anche se un criminale uccide qualcuno, a Japigia o al San Paolo, al Murat, o al Picone in corsa su uno scooter, e anche se qualcuno stramazza per strada perché gli ha fatto lo sgambetto il cuore, e anche se una partoriente viene centrata al ventre dal muso di una vecchia Honda 400 Four lanciata a 120 Km/h, e anche se il bambino che porta nel sacco del liquore perde il ritmo dei battiti e si invola all’altro mondo, e anche se in via Manzoni esplode una bombola di gas e deturpa il volto di due minorenni sbarcati dal Marocco, tutto sotto il cielo oscuro apparirà meno traumatico, meno sanguinolento e orrido. Perché il cielo nero accompagna nel mezzo gaudio il male comune da cui venne creato il mondo.

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