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Sabato 20 Gennaio 2018 | 13:48

L’Italianese è «più migliore» del dialetto barese puro

L’Italianese è «più migliore» del dialetto barese puro
di ALBERTO SELVAGGI

È vero quanto avete scritto in commenti, lettere e spazi sul web: sono un bastardo straniero, un «barese non acquisito». Viene da Polignano a Mare il mio corredo genetico, là è la cappella di famiglia che mi accoglierà con loculo già assegnato dal «Custode del mondo dei morti», ovvero il prof. Dott. Multi Visconte ecc. Vittorio Pedote, «Immenso Ftàh», mio sommo Zio. È anche vero che, come parecchi paesani, peggio se polignanesi, non amo Bari, «anzi la detesti». Ma in nome del mio «narcisismo superomista» e del mio «criminale esibizionismo divistico» - come li definite -, mi immolerò sull’altare del gergo locale che mi fa impazzire. Così da offrire ancora il corpo in sacrificio alle categorie che mi si scagliano contro come volpi su un bianco coniglio.

E vi dico allora che sono pieno, pieno di me e della gioia di pronunciare le frasi idiomatiche, gli anacoluti, le transitivizzazioni, le forme e i modi non del dialetto barese, bensì dell’«italianese» che da questo deriva. Perché rendono grande il territorio della città che i dotti ripudiano con naso di schifo.

Ancora cadi, mo che viene deve venire. Scendi la nonna, e se non ne hai più una, vai a qualcheduno e chiedicela in prestito. Se non tieni una zia fa lo stesso: porta la nipotina sopra alla zia, abita sempre al secondo piano se la tua famiglia è allocata al primo. Evviva Bari e la sua lingua denaturata, spiazzante, inattesa. E quale soddisfazione irrompere nell’Accademia della Crusca, in Firenze, espettorando fiero ai maestri del piffero: «Beh, avete uscito i motorini dal cortiletto? O ve li devo ammenare appresso?». Questa è gloria, ragazzi, esaltazione, potere. E a chi ci dice qualcosa, con nervatura intostata, ho già da scatarrare questi altri priquechi: «Dell’indagliano vostro, cari accademici di Villa Medicea, me ne freco altamente: finché il pavimento del corridoio non si è asciutto, non vi permettete a uscire fuori dalla Sala delle Pale e a menarci sopra le stampe dei piedi: va bbèine?!».

Avesse potuto ascoltarci Dante e attualizzare il suo famoso saggio volgarmente eloquente. Dove hai andato? «A mangiare». Dove vai stasera? «A mangiare». Va bene, so che, in quanto autoctono, non hai per la testa altro se non l’impinzarsi suino. Teatro, cineforum, trii d’archi: zero. È più meglio a sentirsi Ornella Vanoni: io mi rilascio, ad esempio, come la sento, altro che zen. Ma ti ricordo che oggi è l’onomastico di tua sorella. Be’, allora telefonala. Il fidanzato la telefonava sempre, prima di piantarci le corna sopra alla testa.

Il dialetto arcaico, o lettore fetente, è poca cosa, credimi. Sono le degenerazioni italianesi a sprizzare genio. E se non te le sei imparate, imparile, e presto. La bragiuola, la gozza, la schitura (sputo), la rimmata sono termini sciolti privi di tempra. È l’invenzione sintattica la granditudine del nostro sermo plebeius. Quando cammini, scansi le cacature dei cani, e se si azzecca alla suola lo schifo fatti la sciacquatura coll’amuchina. Come che arriva il moccoloso, scialbo inverno barese, scendi dall’armadio i vestiti pesanti e scendi pure le valige con ammuquati dentro i cappelli. E le t-shirt? E gli infradito? Salili sopra, salili e presto.

Ho entrato la moto nel garage di uno scornacchiato, ‘nu fess’. Ho uscito la bici da sopra al recinto. Entralo, escilo, entrila, escila. Le bamboniere, bomboniere mai sia. Statti attenzione, stai attenzione: conoscete un’espressione più ganza di questa? Non ce l’ha imparata mica la professoressa.

Talune di queste perle, a dire il vero, le sono sentite nell’aula del Consiglio comunale senza nemmanco appizzare le recchie. Ma non voglio regalare pubblicità a chi sfrutta la comunione coi cittadini per frecarsi i voti, senza che oltretutto a me mi ha uscito ancora un euro o una lira. In Municipio si sono imparati che a parlare coi vezzi delle regole fisse, uno è veduto come a un maomao, ‘nu forestiero. Anche se mi sa tanto che questi pieni di corna sono nati imparati, in italianese. Che sono accademici dell’«ho stato ho andato» barese. E che l’itagliano corretto, nella capa loro, è come ai fantasmi, anzi, più peggiore dell’incubo stesso medesimo.

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