Venerdì 20 Luglio 2018 | 03:17

Viva i bar, ventri materni per gli orfani metropolitani

Viva i bar, ventri materni per gli orfani metropolitani
di ALBERTO SELVAGGI 

Dio preservi i baristi nelle loro funzioni sociali. E riconsegni ogni mattina, con le saracinesche spiegate, i loro locali a chi ha fame d’anima: gusci amniotici per gli esuli in patria, dimensioni di struggimento nostalgico, ricoveri di chi è costretto a fuggire se stesso appena svegliato, case di esiliati in cerca di origini che in realtà non si trovano da nessuna parte. 

Bar di tufo, foderati in marmo, dipinti con motivi floreali, minimal, vitrei, rosseggianti, tinti d’alba, intonacati di zafferano, gonfiati a sbalzo, anche kitsch, ridondanti, smilzi, raffinati, di tendenza, aridi, in stato di grazia, comunque celle spirituali per la moltitudine dei monaci urbani destinati altrimenti a morire se si attardano troppo fuori dalle loro stanze, come ammoniva Abba Antonio, iniziatore della vita monastica cristiana. Sono sparsi nella loro apparente inutilità dentro tutta la cinta abitata, con massima concentrazione nel cuore finanziario del Murat. Sono ridotti a poco più di 600, rispetto ai 723 dell’anno passato, ma, seppure in crisi, languono meno di altri esercizi nella fase terminale. Perché sono codici dell’anima, vetrine delle solitudini che ci accompagnano. 

A cosa servirebbe, altrimenti, trovare un caffè, un cappuccino, un cornetto grasso lungo ogni isolato. A cosa se non a cadenzare il rito della virtù temporale che si fa quotidiano, mattina presto, alle dieci in pausa, prima del pranzo, post prandium: tè deteinato, poca tisana, brioche piccola, grande, torta pere e cacao «la prepara mia madre», crafen, gelato allo yogurt pralinato. Se vuoi parlare puoi entrare in un bar. Devi passare da un bar per concordare un affare. Bevi qualcosa al bar per fare pace, sorseggi a fil di labbra al primo incontro con un ragazzo o una ragazza. Al bar con il principale, al bar con i sottoposti che tratti da schiavi: «Pago io, pace».

 Al bar con tua moglie, l’amante, tuo padre, ti parla, intorno si parla, si scherza, parliamo. Si vive. Tutti i giorni così, se non tutti quasi. I frequentatori più assidui a Bari sono i bancari: arrivano quasi sempre in drappelli di giacche e cravatte, mai soli, di rado in tandem, durante gli stacchi. I medici, prima dei commercianti, aprono le danze assieme ai runners. Circoli di commesse stabili, alle 8,40, pure se il mondo dovesse cascare. Si raccontano fatti, dicono fatti, pagano e se ne vanno. 

In odore di ubiquità gli «itineranti»: incominciano in un locale al mattino presto e proseguono per altri due o tre bar nelle ore restanti. I titolari ignari li considerano clienti affezionati invece che mercenari del caffè ristretto o macchiato. Gli «stanziali» sono invece solitamente falliti, marginali, disoccupati, cassintegrati, e, nelle periferie più inquinate dal male, anelli di congiunzione fra crimine e legalità. Soprattutto nei giorni turbinanti il barista si giova dell’opera vaga del «rinforzino anziano», che ha soppiantato il collega di giovane età. Espressione smunta da povero diavolo, quasi sempre single, vedovo, rapsodicamente trasognato, l’aiutante dà una mano ai garzoni, sgombra qualche tavolo, spazza qua e là, beve e mangiucchia gratis in cambio del calore di casa. 

La mancia deposta sullo scontrino al banco è invece una consuetudine nelle cattedrali del conforto caffeario, non in chiese o in tempietti sconsacrati. Idem le code una accanto all’altra, due, tre, quattro. Nei bar nobilitati dal loro passato, il classico fluire della notizia dai clienti ai barman, dai barman agli avventori di seconda fascia, tra habitué stessi e saltuari, assurge a crogiolo da rivista scandalo, a sede d’incontro tra pari pressoché telepatico, a dinamica assimilabile a quella delle borse d’affari. Discepoli di von Sacher-Masoch usano dedicarsi a un piacere malsano: osservare quant’è ributtante l’uomo che lappa schiuma di latte dopo averlo trincato, o l’obeso che bovinamente manduca dolci ingravidati. Ma a questo punto apriamo un capitolo sulla fruizione anomala nell’anonimato e, nel caso stiate leggendo questi righi proprio sul trespolo di un bar, non mi sembra opportuno andare avanti.

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