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Mercoledì 17 Gennaio 2018 | 06:12

Il capoluogo della Puglia ora si chiama «Chinatown»

Il capoluogo della Puglia ora si chiama «Chinatown»
di ALBERTO SELVAGGI

Ni hao. In cinese sarebbe, ciao. Il saluto che rivolgerebbe agli immigrati gialli il commerciante o l’imprenditore di Bari, non avesse voglia invece di bestemmiarli. Piccoli industriali e autoctoni mercanti mi hanno sequestrato l’altro giorno per l’intera mattinata. Francamente, ne conoscevo a stento soltanto mezzo fra i quattro. Ma il fiume del loro disappunto, inquinato da sversamenti d’acido, non era contenibile dal mio spirito caduco.

Non protestavano per le zoccole a quattro zampe, e non a due, che hanno avvistato in centro dai loro superattici. Né per i cassonetti putridi che offuscano le vetrine arredate. Sono imbestialiti, braccati, fiaccati e ossessionati dal Dragone che sta incenerendo più dei grandi marchi un tessuto economico minutamente articolato, come le alghe giganti d’Oriente la flora della Laguna veneziana.

I cinesi sono maschere che si moltiplicano in città. Espressioni sfingee che viaggiano sospese in aria, sorrisi plastici dietro ai quali può esserci tutto o nulla, è uguale. Blindati nel silenzio e nell’idioma indecifrabile, hanno un’età media di 25-45 anni, vengono dalle regioni del Sud quali Zhejiang, in maggioranza, e divorano il deserto dei 350 negozi baresi chiusi all’anno, spazzano via come foglie d’autunno i 1200 dipendenti scaricati sulle strade. Perché hanno tutto per meritarlo, come per non meritarlo: un cambio di un euro per 10 yuan. Una capacità di lavoro disumana e un sistema programmato come un meccanismo ticchettante. Regole lasche, anzi discrezionali su tutto in madre patria e qua. E la capacità di vendere all’ingrosso per 50 euro 25 t-shirt che ambulanti e negozianti ripropongono fino a 25 euro al pezzo.

«Ci stanno annientando» lamenta un rappresentante d’abiti che si accoda al drappello al bar. «Ovunque ti giri vedi cinesi, Bari sembra Hong Kong, dato che si stanno appropriando perfino del Murat, ex regno dei nostri negozianti». «E la gente gli va dietro alle schifezze che piazzano, roba senza qualità», incalza uno carico a Rolex, Suv gigante e yacht di piccolo taglio. «Fortissimo questo cardigan nero e rosa a rombi che ti sei piazzato – interloquisce il danaroso affianco indicandomi -, così sembri davvero Joker, il cattivo di Batman». Non sanno che, col gilet multitasche, l’ho acquistato da un mega-store cinese monopolitano. Il primo è della pregiata linea «Occhi & Belli collection» (13 euro); l’ottima fibra insalubre dell’altro è marchiata «Jintao», nove euro e amen. Non sanno neppure che sono apparso in due matrimoni di fila con un ammiratissimo abito para-sartoriale «Italian Style» (anche se temo non sia cinese originale, bensì assemblato a San Giorgio a Cremano), acquistato per 40 euro a Bari. E che ho ricevuto pure in omaggio un sorriso falso e un accendino porno con una sventola in reggicalze stampigliata.

Casalinghi, abbigliamento, elettronica, prodotti da merciai, cibo a prezzi annientati. Ultimamente l’orda itterica trionfante dei 204 ristoratori e commercianti ha adattato le insegne degli esercizi a una fuorviante dimensione occidentale. Leggi «Fashion Shop», «Trendy Uomo Donna», entri e incocci in occhi a mandorla. Le stesse strutture, come sui 13.000 metri quadrati del Mercato Cinese-Chinatown Ingrosso alle porte di Modugno, perseguono architetture che coniugano l’orientalità con la consuetudine nostrana.

La Cina è un mostro economico e partorisce extraterrestri che valgono quattro, cinque nostri dipendenti affamati. I locali vengono acquisiti in affitto, esattamente dove sono collassati i negozianti di Bari. E all’avvio delle attività giovano, oltre all’investimento dei parenti e dei connazionali, non il riciclaggio delle mafie ma i beni accumulati col lavoro nelle fabbriche del nord Italia; la legge naturale di supremazia spietata; la volontà che guida il servitore a farsi padrone del padrone inchinandosi al suo passo.

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