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Sabato 20 Gennaio 2018 | 07:59

Grazie Buddha, scopritore di inconscio e psicoterapia

di ALBERTO SELVAGGI

Il «Mese del benessere psicologico», ottobre, è alle ultime giornate. Una lettera- mantra di cadenza orientale: Grazie, Buddha, per avere inventato la psicologia. Grazie, Buddha, per averci donato la prima psicoterapia nel Cosmo, celata sotto il nome sacrale di Trasformazione. Grazie per aver scoperchiato l’arca dell’inconscio e dei suoi «semi» germinali. Grazie, Buddha, per non esserti impuntato a decrittare l’infinità insondabile, geneticamente depistante del subliminale, enumerando nella pura pratica soltanto gli effetti sostanziali. Grazie Buddha per avere trasmutato in chimica la tradizione Yoga e ascetica orientale. Per esserti seduto, tutto splendente di stille d’acqua, dentro alla luce lunare sotto un fico a meditare. 

Grazie per esserti domandato: «Il mondo è sofferenza: come posso alleviare le afflizioni mentali degli umani?». Grazie per avere avuto, 500 anni prima della nascita di Gesù cristiano, un’intuizione semplicemente inimmaginabile, se la leggiamo dal presente siderale: «Osserverò i pensieri dall’esterno senza lasciarmi fagocitare dal caos. Ne analizzerò le dinamiche così che la mente addestri se stessa come un cane, così che non si lasci travolgere dagli strappi rabbiosi di guinzaglio, non si faccia trascinare nella polvere fra i sassi per abbandonarsi ai morsi della bestia insaziabile. Così che la psiche s’educhi alla serenità, alla pace, alla gioia che è amore, all’amore che è felicità». 

E grazie Buddha per esserti fatto, soltanto in questo senso, dio da nobile che eri nato. Grazie, Buddha, per non avere fatto attecchire psicologi, psicoterapeuti, psicanalisti, psichiatri e psicofarmaci nelle terre lontane che hai baciato. E non perché questi siano il male, ma in quanto ai maratoneti non occorre imparare a camminare. Grazie per avere creato la «psicologia buddista» nei canoni sacri. Grazie, Buddha, per aver placato l’ansia di famosi psicoterapeuti romani e di Milano, di loro colleghi di Bari, Lecce, Brindisi, Taranto, di Foggia e lucani. 

Grazie per aver salvato psicanaliste formidabili che mi hanno sussurrato: «È orribile dirselo, ma temo che siamo indietro rispetto a questi monaci di alcune migliaia d’anni. Non nella teoria, nei fatti». Grazie per avere stregato decine di luminari della psicologia e della psichiatria, soprattutto inglesi e americani, che ti si sono consegnati. Grazie per esserti offerto nelle «meditazioni guidate» dagli strizzacervelli accorsati. E grazie per aver ripetuto, illuminando la materia grigia negli anfratti: «Se quanto dico non trova una applicazione concreta nel qui ed ora della vita, allora non è un pensiero buddista, gettatelo via». Grazie per aver pensato «più a curare che ad analizzare la psiche», come scrivono gli studiosi occidentali. Grazie per aver fatto sì, fin dagli anni Novanta, che i tuoi monaci, come cavie bambine stupefatte e ridacchianti, venissero analizzati dai nostri neuroscienziati coi macchinari più avanzati finiti fuori tara: «Risulta una moltiplicazione per 150 del grado di benessere. Non è possibile, controllate nuovamente la strumentazione». 

E grazie per aver propalato le tue terapie, così eminentemente sofisticate e elementari, nelle più note cliniche di recupero mentale, negli staff sinergici delle varie branche, nelle scuole attraverso le fondazioni hollywo odiane. Grazie per essere nato in India e non in Austria. Per non essere un medico meccanicista avido ma un principe che ambizioni non aveva affatto. Grazie per avere donato la serenità a tutti, ricchi e poveracci, senza chiedere un soldo in cambio, e non esclusivamente alle classi agiate e acculturate, spremute per sborsare. Grazie per non portare il nome di Sigmund Freud bensì di Siddharta Gautama. Grazie per essere stato nell’essenza democratico, e non ultra-conservatore sciovinista, gretto, omofobo, cocainomane, disturbato e aduso a farsi la cognata. Grazie soprattutto da chi resta ancorato alle pratiche curative occidentali, ma ha il fegato di riconoscere dove il nostro Terzo Occhio Mancante non ha potuto, saputo, né voluto guardare.

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