Cerca

Domenica 21 Gennaio 2018 | 07:59

Stravaganza a Bari Scooteriste nude e cani cassieri

di ALBERTO SELVAGGI 

Ci sono anomalie che si depositano come attrazioni nel fondo dei nostri globi oculari, sedimentano nella culla ingannevole della memoria e ingigantiscono nel corso degli anni. Sono distonie che si fanno arte e che spiccano sul piano della percezione formale conquistando la vetta che ogni sguardo reclama: la stravaganza.

Camminiamo e non ci accorgiamo che bizzarrie affabulanti, stranezze che attivano l’amigdala spuntano da luoghi imprevisti e ci chiamano: «Guardami – dicono -, hai mai visto niente del genere? Io credo di no. E sai adesso che cosa pensare?».

A terra, dico; lungo via Dante, sopra a una striscia di attraversamento bianca come un osso parietale, tra i piedi potrebbe spuntarti un teschio arancio in un quadrato, e affianco una ics che sta per «caution». Ma questo non è che il principio del viaggio che compi addentrandoti in quell’affetto che in età barocca segnò anche in musica gli animi: la stravaganza. Così ridiscendi la via, volti in via Melo e di notte, a cavallo di uno scooter a tre ruote trovi una ragazza, nuda tutta tranne le scarpe, ossigenata, atletica, elastica, «ehi» fai, «ehi» la chiami. Non risponde perché è fatta di plastica. E ti domandi ciò che ti domanda: «Chi sono? Chi sei? Che ci fai?». Estravaganza.

Non sei sazio, più ne incontri più ne vuoi. Sono così gli uomini dal ventre largo. Quanto è umido il quartiere Carrassi. Ha una decadenza che ti proietta in una Parigi vecchia oltre cent’anni. E proprio qui, non troppo lontano, né troppo vicino all’ingresso del cinema Splendor che porta l’aggettivo Nuovo davanti, ti secca la bocca un’altra apparizione e te la imbalsama in forma di pesce all’amo. Per la miseria. Sì che è vero, è là, anzi è qua il cane di peluche impiccato a una gruccia di fil di ferro sul tetto di un’auto. E dimmi adesso, che pensi dentro lo spazio ristretto in cui sei abituato a pensare? Il pupazzo ti spiazza. Trasferisce una città piatta nell’altra metà. E quella macchina stessa non ti sembra più tale: ha all’interno coperte, lenzuola, panni, e non ci vuole una gran fantasia a ridipingersela come una casa.

E a Poggiofranco? Di’, che ci fa su un muro incollato un preservativo rosso come una protuberanza di diavolo? Lindo e fermo nella sua venustà. Sintetico come nient’altro. E trovi i cadaveri. A Japigia un uccellino pugnalato, poco distanti ali smembrate. Un gatto nano, nero cadavere, soltanto gli organi interni ha lesionati. Steso sopra un marciapiede che sa di sudario. Sorride fisso: «Miao».

Ci sono un’auto, ad esempio, Taunus di un grigio sfatto relitto di mare con sopra scritto «cattiva strada», e una gemella fulgente come un mandarino arrabbiato. Un camion grondante pendagli apotropaici col cofano crestato di cavallini rampanti. C’è un arco giocattolo inchiodato a una palma di Piazza Umberto, niente frecce, niente bersaglio. In Sant’Antonio nel budello a sinistra una statua ciclopica in saio, e anche questa, nel rispetto di Dio, tu fai stravagante. C’è un cane in un negozio di casalinghi seduto alla cassa. Immobile, non abbaia, non parla, di sicuro sembra faccia di conto ed è un labrador che non a torto ti viene di chiamare Mario.

Su una saracinesca di via Guido Dorso un culturista alieno dal roseo incarnato. Tiene due pesi tra i pugni in alto, il sollevamento non lo sfibra alquanto. E’ dipinto a spray ma uomo rimane. E sopra l’inguine inalbera un membro nero gigante che non capitola mai, sempre lì in qualunque ora ti trovi a passare. E anche questo è capriccio energetico, facoltà inusitata della stravaganza.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400