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Lunedì 22 Gennaio 2018 | 19:25

«Gran Madre Jonica di nostra siderurgia»

di ALBERTO SELVAGGI 

Ilva. Istituto liberista vagamente autonomo. Impianto lucido virulenze acciaiometriche. Inarcato loculo venefico ascorbico. Ti guardavo a lungo quest’e s t at e, come si fa con l’amante, non con la moglie. Sulle spiagge della gente coi soldi. Da Borgo Pineto si scorgeva il pallore delle tue fumigazioni, e dall’at - tigua Riva dei Tessali pure. I gargarozzi di tubo bianco rosso si profilavano in ombre mentre nel mare viaggiavano le meduse mute. Entrando a Taranto, che è roba tua, che fu Magna Grecia ma ormai spianata siderurgica per la storia, lo scenario è dominato dal prospetto operaio cupo che vediamo da mesi sui giornali, in tv. Ilva, Ilva, Ilva, Ilva, rabbia, vita agra, pugni chiusi, altiforni, sindacati, reparti, sit-in, aria corrotta, refoli appestatori, pecore spelate, prati irrorati di malesseri atomici, chimica, metallo, class-action, tumori. Nessuna fabbrica è una bellezza, ma l’Europa aspetta il parto delle tue fornaci per cavarci soldi. Gli operai, poveracci, hanno da sfamare bocche. E se tu, Gran Madre Jonica, divinità del pantheon nerofumo, muori, soccombe una città intera che si apre alla rivolta. 

Sono sicuro che tu stessa stia pensando, nelle enormità dei depositi che ospitano il tuo cervello siderurgico, se sia davvero il caso di chiudere. Ascolti Nichi Vendola, il governatore dall’anello al pollice, e ti dici: faccio appello alla mia coscienza, premo il pulsante dell’autodistruzione che porta scritto sopra «Miglior Soluzione», e precipito nella voragine della mia fossa. Meni uno sguardo di ferro ai condannatissimi lavoratori, li senti piangere ed imprecare e carezzi la seconda opzione: «Resistere Sempre», che non è un bottone collegato a un detonatore, bensì un flacone di rinvigorente contro gli assaltatori ecologici. Ma sai di essere la Gran Madre Jonica, divinità che è tempio stesso e che ordina sopra a un intero mondo. E come tutto ciò che sovraintende devi percorrere spesso la via della mediazione. Perciò sei addivenuta al trattamento della purificazione: hanno empito l’altoforno 4 di tisana d’erbe e se non a tutto servirà a qualcosa.

Sei un ente più autonomo della Regione. Contrita in una saldezza metallurgica. Ci sono altarini nei reparti oncologici a tuo nome. Ci sono immagini di devozione nelle case degli afflitti da cancro dei tessuti molli. E ascolti i bambini che strillano, e guardi le bestie che brucano, e noti la gente nel mercato che soffoca e acquista mele di Biancaneve rosse. E tutte queste immagini si depositano nel tuo liquame d’inconscio come semi di colpa. E germinano, si diramano, si incrociano in viluppi e lentamente, sottilmente ti erodono. Sei diventata una delle fabbriche più malviste e famose del mondo. Per la celebrazione del culto «ilvico» ti avvali di sacerdoti dagli strambi nomi: Tumore in età pediatrica, Linfoma non-Hodgkin, Morbo della pleura, Patologia respiratoria, per citarne alcuni. 

E non so neppure se si tratti di cose animate o di persone immobili. Altri coadiuvano i predetti nell’azione, Diossina, Cromo III, Arsenico, Cadmio, Rame, Mercurio, Monossido e altri sotto falso nome. Tali responsabili delle pratiche religiose hanno protestato perché il mese prossimo ti tapperanno la bocca Afo 1. Ma i tarantini non hanno potuto proferire parola, non soltanto al Tamburi: stanno genuflessi ai tuoi piedi di Gran Madre Jonica e aspettano che non accada nulla affinché succeda finalmente qualcosa.

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