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Giovedì 18 Gennaio 2018 | 12:50

Dagli slip neri al Golem muto ecco i misteri della «Gazzetta»

di ALBERTO SELVAGGI 

Le facoltà mentali che si sogliono chiamare analitiche sono di per se stesse poco suscettibili di analisi. Le conosciamo soltanto negli effetti. L’analista trova piacere nella risoluzione di enigmi, rebus, e, ne sono certo, anche dei misteri stravaganti che hanno seminato sospetto nella «Gazzetta», sede centrale. I migliori gialli per questa fine estate. Il pomeriggio aveva già sentito il tocco di fata della sera quando Rita Schena, collega del giornale online, in redazione al terzo piano mi prese sottobraccio: «Vieni», mi guidò. «Guarda». Posai l’occhio e ciò che vidi era inconfutabile nella sua inverosimiglianza: qualcuno innaffiava abitualmente le piante in pura plastica seminate per l’open-space, e con tal pervicacia che l’acqua dai vasi tracimava. 

«Accidenti», sospirai. «Secondo te chi è?». Mi guardai in giro selezionando i soggetti afflitti dalle turbe più agre, fino a posare lo sguardo sul campione della specie malata: io. «Io non c’entro», dissi. Allora chi? Nei pressi delle foglie senza vita grondanti puntai il collega dello sport Fabrizio Nitti. Rosicchiava una mela. No, lui no: troppo sano. Luca Natile asserragliato nel suo bunker di scrivano? No, soffre di ernie lombari, con l’innaffiatoio non può piegarsi. Franco Giuliano, responsabile di Gazzetta Internet, fissava cereo il suo schermo pc, mi sorrise insensato. No, nemmeno lui, perché dovrebbe? 

A turno sul luogo convennero capannelli di cronisti sgranando gli occhi sull’ennesimo intrico di Gazzetta Mistery. «Sarà una donna delle pulizie che ha dei problemi», desunse Valentino Losito, gigante bioculato. «Le avranno selezionate più sciroccate di noi». Errore: di più non è possibile. Io un’idea l’avevo: un collega che si diletta di giardinaggio. Ma non osavo adombrarla. 

Questo giorni fa. Ma da sempre il palazzone del quotidiano, tre piani interrati e quattro spiccanti in cielo, era apparso materia viva ai miei sensi esaltati. Luogo di rompicapi. Teatro di gialli e ubbie congiuranti. I gatti pascolano nel parcheggio dell’ingresso secondario, gli gnaulii ci accompagnano come grida di bimbi sacrificati. I pipistrelli violano i nostri spazi e mentre i vili fuggono urlando i prodi si lanciano alla caccia. Qualche geco risale le pareti con andamento ripugnante e uccellacci lanciano strida a sera dagli alberi. Per cui non mi sono stupito troppo quando, nel secondo piano dedicato al reparto tipografico, ho visto alla scrivania del proto, coordinatore dei poligrafici, un inumano. Fermo, impressionante, calato nel ruolo stringeva il mouse. Il salone era semivuoto, qualche tecnico informatico vagante. Da dove veniva, chi l’avev a portato? I poligrafici sorbivano caffè alle macchinette, placidi. Uno manducava una merendina senza polifosfati. Rientrarono dopo la pausa: «Chiedi al proto se vuoi spostare le pubblicità», dissero.

Mi rivolsi al simulacro, al Golem, all’Uomo della sabbia, al fantoccio che sembrava irridere la logica speculare. Ma non rispose. Restò lì per giorni, poi svanì restituendosi alla dimensione inesplorata. Dissero che proveniva dal ventre dell’inferno del palazzo. L’ennesimo interrogativo sulle nostre menti stampigliato. 
Tempo fa uno degli addetti alla manutenzione trovò nel reparto, al secondo piano interrato, una cassetta su un alto scaffale: «Chi tocca muore», portava scritto. La tirò giù ma la vista del suo contenuto gli fu quasi fatale: un mucchio d’ossa cimiteriali. Defibrillatore, corsa in ospedale. 

Certo, «l’enigma degli slip neri» è quello che fra i tanti ho sentito più mio. In redazione, lungo un corridoio che connette il bagno delle donne con le segreterie, apparvero un paio di mutande femminili di mediocre qualità. Nessuno osò esaminarle senza guanti e consegnarle ai Ris per le analisi: la stessa cagnetta yorkshire Giulietta (ha il tesserino di giornalista pubblicista) della collega Daniela D’Ambrosio le annusò a distanza. Le colsi io come margherite contaminate dopo un pomeriggio di indagini e delazioni incrociate. Tuttavia, già che ci sono, lo ribadisco: non erano mie e posso provarlo.

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