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Sabato 20 Gennaio 2018 | 12:11

Ma basta con ’sto zinghe e zanghe!

di ALBERTO SELVAGGI 

N-no... Ti prego... No... «Zinghe e zanghe, zinghe e zanghe». No, ancora... Per favore! «Zinghe e zanghe, zinghe e zong». Ho evitato perfino di farmi le pere perché sapevo che sarei morto subito, non fatemi questo ora che ho superato da semivivo la gioventù... «Zing...». No..! «E zang». No. «Zinghe e zanghe, zinghe e zong». N-noo... NOOOOOO! Ecco, adesso vorreste sapere se sono morto o no, untori della pizzica monocorde. Voi che avete infestato il mondo con questo «zinghe e zanghe» minimalista a circolo chiuso vorreste sapere se vagolo già per l’altro mondo, vittima dell’ossessione del ragno irsuto. Be’, scrivo ancora le mie savie filippiche, come evidente ai vostri oculi, ma è come se fossi stecchito, ve lo assicuro. D’altronde, quanti collassano al Concertone di Melpignano tra fiotti di mieru e immani cannoni (spinelli)? Io l’ho fatto prima invece che poi. 

Basta, non ne posso più: io vi dico che patirete le sette piaghe nello strepito delle sette trombe, poiché vi maledico per sette volte sette fino alla settima generazione! Sono anni che ci zompettate d’attor no. Lustri che diffondete per l’orbe li tamburieddi del tubo. Nessuno si accorge neanche di chi, come, né quale canzone suoni, essendo il molteplice uno. Anni fa, tentando di arginare la tarantesca infezione, svelenai sul fenomeno: «Zinghe e zanghe, zinghe e zanghe!». 
Come, scusa? «Zinghe e zanghe, zinghe e zanghe!». Ah, bello questo brano, me ne fate ascoltare un altro ragazzi? «Certo: zinghe e zanghe, zinghe e zanghe, zinghe e zanghe, zinghe e zang». Mh... Continuate, orsù. «Zinghe e zang, zinghe e zong». 

Mi scagliai anche contro il sindaco barivecchiano Michele Emiliano, quando sul palco del Petruzzelli si scatenò in una pizzica pizzica invereconda. Ma non è servito a nulla. Perfino questo giornale – dannati anche voi! – ha dedicato all’appuntamento d’agosto un libretto allegato a colori. Chi sono io poi per arginare una sconfinata orda imbevuta di cultura popolare pelosa, galvanizzata dall’ideologia vendoliana che del movimento è germe e motore? Fossi Mussolini, Stalin, o, meglio ancora, Pol Pot, prenderei i provvedimenti dovuti. Coi vari artisti di Torrepaduli, organetti diatonici, nacchere, ugole di galli sgozzati e galline passate alla decapitazione, chitarre battenti e non, violini minacciosi, mesciu Stifani, Uccio Aloisi e za’ Tora, etnomusicologi, antropologi, Grecìa, Grande Salento, centri studi e fondazioni, passi incrociati e terzinati, piedi ignudi, maestri concertatori, li vip, lu Nichi, lu mare e lu ientu, le radici ca tieni e vinni lu tjempu avete avocato una musica diffusa in varia forma anche sul Gargano e sullo Jonio, nel Barese, per non parlare degli albanesi di Puglia. E anche se i contadini se la filavano poco o nulla, preferendole il liscio e ancor più le danze imperialiste degli Usa, poco vi importa. 

Avete sfondato la diga del turismo nei vostri luoghi e in effetto domino a Bari e in tutta la Puglia. Così realtà silenziose e pure sono state invase da importuni dei quali non si sentiva il bisogno. Io ho collocato tra i prescritti da tradurre in ceppi Sergio Blasi al primo posto, «regista» del baraccone. Ma quest’incubo che mi tallona ovunque è figlio di una antica tradizione. Li salentini se la menavano già nei secoli scorsi sui periodici e in varie pubblicazioni attorno alla Grecìa, vernacoli, tarantismo, rituali e musiche, sul Grande Salentu dei fiorentini del Sud che hanno trovato dal 1998 nella Notte della Taranta il loro bazooka. Stavo per acquistare da un antiquario queste raffinate pagine brunite di gore, ma non appena ho letto i prodromi di ciò che vedo oggi sono saltato su: «Compro i manifesti futuristi, ma questi giornali d’e poca leccesi manco morto». E così lo «zinghe e zanghe» si è fatto condanna per chiunque rifiuti l’equo e solidale per moda; per chiunque scelga l’individualità e cerchi quindi riparo dallo «zinghe e zong».

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