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Lunedì 22 Gennaio 2018 | 01:32

Ma quante discriminazioni per il maschio in casco rosa

Ma quante discriminazioni per il maschio in casco rosa
Sono deluso, ferito, amareggiato. In una parola: condivido lo stato d’animo di chi si sente discriminato. Mi rivolgo pertanto alle autorità con voce clamante: proteggete, garantite, tutelate, fornite uno spazio sociale a chi sulla moto indossa caschi rosa pur possedendo un sesso maschio. Io, per esempio, di caschi color gluteo di poppante ne ho un paio, ma potrei anche dire quattro: uno omologato con visiera a scatto, tutto irrorato di lucori perlacei, e un altro pastello matto da arresto immediato, meno protettivo di una mano magra, assolutamente non regolamentare, fresco d’estate, adatto soltanto per ciclisti e acrobati di skateboard (lo segnalo al comandante dei vigili affinché mi sanzioni all’istante). 

Gli ingenui si illudono che soltanto uno squilibrato incautamente assunto da cotesto giornale si schiaffi in testa calotte siffatte. E no! No. Vero che siamo pochi, diciamo pure quattro sfessati, ma esistiamo in forma di ambigui depilati, di bruti non sbarbati (li riconosci dalle impronte scure sul casco), onesti fanciulli che scambiano il copricapo con le fidanzate, padri scombinati, bisex e quant’altri. Così come esistono i disabili, per i quali sono previsti parcheggi da camion lungo ogni isolato, scivoli mai discesi se non da signore che cascano restando sui paletti sfigurate. Così come esistono i ciechi (vuol dire non vedenti) lungo i cui percorsi-trappole nessuno ha mai incontrato neanche un rappresentante dopo anni. Come esistono i negri (neri, di colore), gli immigrati, tutti al sicuro dello scudo delle leggi di tutela per le minoranze. 

O gentili e inique autorità baresi e regionali: credete che coltivare una predilezione per i caschi rosati sia facile in una società di maschilisti e scioviniste integrate? Io, per esempio, io come esponente della comunità diversa di scooterizzati: entro in un bar, poso la scodella su una sedia e una schiava dal bancone fa: «Scusate, è di qualcuno quel casco rosa lì?». «È mio» rispondo. «…». «Perché?». «Mi scusi, come potevo immaginare? Credevo fosse di una bambina, della figlia di qualcuno». E scatena l’ilarità silenziata dei colleghi sottopagati. 

C’era forse una legge – rimprovero al Consiglio regionale – che avrebbe obbligato la ragazza a rificcarsi in gola quel sorriso sarcastico? Pochi giorni e solco il sottopasso di via Quintino Sella traballando in curva di prassi. Mi sorpassano due su un Suzuki trappano: «Uè, ‘u scem!» urlano indicando il preservativo che mi insacca la pelata, e mi resecano pure la strada. «Allìvt kedda cacat’ da ‘ngap, tremone!». E anche qui domando: il questore dov’era quella mattinata? Non avrebbe dovuto forse lasciare la sua scrivania del cavolo e l’operazione anti-traffico d’armi dall’Albània, raggiungere di corsa il luogo succitato e intimare: «Polizia! Lasciate questo ragazzetto vecchio in pace, chiunque offenda chi calca caschi rosa è imputabile secondo legge dello Stato». 

Ma l’umiliazione cocente l’ho subita per l’ennesima volta rasentando la movida by night. Procedevo sul mio Kymco decrepito non assicurato lungo corso Vittorio Emanuele piano piano. Mi sono fermato - gneèk - al primo semaforo, ma un gruppetto di smandrappate sui 30 anni mi ha placcato: «Ciao bello, come ti chiami?». Una mi ha assestato pacche sulla crapa: «Come sei carino con questo casco» «Bello a mamma» «Prendiamo appuntamento e usciamo» «Ma prima ci fai fare un giro col meloncino rosa in capa». E queste, tra spintarelle, ancoraggi al bauletto con le mani, finti balzi in sella e inespressi pernacchi, naturalmente non erano profferte galanti: cosa potevano farsene quelle cosce ignudate del novantenne depotenziato che vi parla? 

Così, visto che pure il prefetto poltriva lì a un dipresso nel Palazzo senza organizzare soccorsi per la comunità dei caschi rosacei, ho risolto da me, come s’usa in Italia. Sostituendo l’elmo virginale con uno verdino infanzia. Dato che soltanto l’omologazione al pensiero fragile può garantire pace.

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