Lunedì 16 Luglio 2018 | 22:31

Orsù, commesso con il cliente non esser troppo cozzalo

di ALBERTO SELVAGGI 
«A hòu, scendi le scatole! Sbrig’t, pigli il 40… Mùvt!». Per cortesia, non s’agiti. Posso attendere, gentile servidor della casa, intanto provo questi mocassini 40% in saldo sul ripiano. «Aspettate! Quelle sono per l’esposizione, scusate: un momendo!». E sia, egregio, attendo come aggrada. Gummess’, gummess’ (commessi, o commessi), son fiori all’occhiello dell’habitus di Bari, giglioletti di campo sparsi dal dio che fra verzure e boschi s’apprende ratto. Ah, miei gummess’ gummess’, perché v’adirate trattandomi a mo’ di straccio? Ahi!, gummess’ gummess’, non siate mai più con me, orsù, guzzale. 

Recomi ad acquistare un libro non pornografico, lo scartoccio kafkianamente dallu cellophane, ammengo trappanamente sull’espositore la pallottolella e – maledizione – una gummess’ (bona pure!) mi becca di dietro alla schiena rimbrottandomi: «Ci sono i cestini, lo sa?! La dovete smettere di lasciare gli incartamenti dei libri in giro». Va bene, balbetto. «Eh, già, va bene!» motteggia acida. Madò, che figuraccia: poco ci manca che non mi scatarri sull’aurecchio destro che la dea Vergogna m’ha imporporato. Clienti e gummessi riservisti m’han visto sprofondare, guardano e tra lor bisbigliano biasimi. 

Ah, gummess’ gummess’, perché ci trattate come poltiglia rimmata? Ah, gummess gummess, non è Gentilezza la divinità sposa al dio bambino che regge il corno del danaro? Invece voi gummess’ gummess’ spesso vi dimostrate caprùn impestati. Buondì, saluto, mi servirebbe della tintura per i capelli che non ho più sul capo. «Inzomma, cudd kernut m’ha fatt la mult’!». Scusi, volevo della tintura… «E tu niente gli hai detto a cudd kin d’ corn’?» «Due minuti avevo lasciato la macchina in doppia fila… Mavaff..!». Mi scusi, volevo della tintura. «Eh?! Che cos’è che volete?». 

Proseguo nel mio camminamento da decerebrato, veggio una vetrina lucorosa e ben fatta, mi imbambolo su dei bragoni a pois verde rossi che paiono melette agre, richiamo con l’occhietto l’attenzione della gummessa copertonata (seni di giumenta e fondoschiena aerostatico): perdoni, signorina bella, saprebbe dirmi quanto ‘ngostano quei mutandoni policromatici? «Ma non vede che sono da donna? Tutto questo qua è reparto donna», espettora zagna. Ah. Va ben. Vo via ché è cosa assennata. Circonvolo presso altro lido affabulante, ove come torsi intirizziti stanno appennute camiciuole smilze per giovinetti dal ventre concàvo. Ne sfilo una dal sostegno artigliato e ne saggio accorto la fibra elastica infra lo pollice e lu anulare: «Senta, dovete chiedere per toccare le cose, va bbèine? Queste camicie poi sono slim, non sono nemmanco la vostra misura, perché non chiedete a noi prima?» 

Oibò, bel gummesso, ella si dimostra arcigno alquanto: orsù, mi dia retta, la gagliardia dovrebbe esortarvi a compiacenza verso l’anzianitade. E così plano con passo blasonato in un altro noto negozio pieno di gummess’ gummess’ baresi conclamati: ebben, cos’è mai questa, una discoteca after hours?, uno spazio rave party dai subwoofer esaltati (tum-tum-tunf-tunf)? Ballano tutti, fermi sulle postazioni assegnate dal capo che pure mena l’anca spigolosa per l’aere: «Dica, prego, serve qualcosa?». Eh?, abbozzo assordato. «Volevate vedere qualcosa?». Come..? Ah… No, grazie, davo solo un’occhiata. E tosto mi fa la faccia ammuquata: «Uh, va bbèine… » esprime con spontaneità impiccata. E allor corro via anche di là: oh Signor mio, quant’è guzzale il gummess’ di Bari. 

In un magazzino due super- gummess’ mi tallonano senza darmi fiato. Temete che sia qui per far manolesta, ovvero arrubbare? Ebben’, la piantate di guardarmi male? Dileguo, per mia fé, è il minor male. Il bello è che non di rado gli stessi gummerciand (commercianti) difendono i loro piranha. Caìni dei clienti che vorrebbero invece empirgli le garze. Ah, gummess’ gummess’, duro è il tuo cor come marmo. Ora sai che? Mi do al tacco e ordino su eBay ciò che volevo acquistare, brutto gummess’malnato.

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