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Lunedì 22 Gennaio 2018 | 01:31

Geconidi 2 la vendetta a volte ritornano...

Geconidi 2 la vendetta a volte ritornano...
di ALBERTO SELVAGGI
Ero là imboscato fra il terzo e il quarto piano del palazzo della «Gazzetta», sulla rampa che affaccia nel cortile interno. Tranquillino sgranocchiavo patatine sputacchiate dalla macchinetta, quando sulla parete esterna prospiciente m’è riapparso il presagio dell’orrore estivo nel sembiante di un geco. 

So che eri tu, sì lo so bene, quello dell’anno scorso, sempre lo stesso. Domiciliato nel medesimo incavo accatastato per l’Imu, invecchiato appena, peso accresciuto dall’insof ferenza alle diete, 60 grammi, più o meno. E venerdì, sul metallo della vetrina del negozio di scarpe presso il Saicaf in corso Cavour, un giovane maculato ristava spiattellato alle nove del mattino, incurante degli avventori che entravano e uscivano. A volte ritornano, simili eppure diversi, repliche di ciò che resta. Tornano dall’aldilà rettile fatto di verruche, spatole, occhietti di liquor nero, cinguettii emessi da un apparato vocale abortito come Sos, richiami d’amore o di guerra. 

Espongo senza remore questi salutari pensieri anche per esacerbare i lettori che mi offesero commentando la rubrica pubblicata tempo fa sullo stesso argomento (e anche su altri temi): «Fatti una cura, bastardo!» «Vai da uno bravo o cambia quello che ti segue» «Datti una calmata, hai capitooo?!» «Vattene da Bari» «Snob razzista dandy» «Rispetta la natura o ti denuncio» «Crepa tu, non i gechi!». 

Me ne frego. I geconidi esistono. Si moltiplicano con le loro cinque sottofamiglie sui terrazzi, sotto le grate dei marciapiedi, nelle grondaie, condizionatori, centraline Enel. E se esistono esiste anche un problema per una porzione d’uomini incapace di sopportarne la vista purulenta: chiedo i diritti per le minoranze. E quando dico «chiedo», intendendo, «pretendo» (segue applauso di tutti gli afflitti da fobia dei gechi, abbonati alla II Clinica di Psichiatria). Ho letto alcuni saggi di sociologi sugli abitanti di Bari. Bravi, bene. Ma dovevo venire io, che non ho titoli, a spiegarvi che la cittadinanza non si suddivide tra ingabbiati e costretti ai domiciliari, fra escort e mogli cornificatrici, tra ladri d’auto e ispettori del Fisco, fra autoctoni puri e leccesi meticci, bensì tra amici e nemici dei gechi in gelatina? 

Un’avvocatessa mi presenta una biologa bruna, molto bella. Scopro che studia i rettili. L’ubbia mi spinge a chiederle: «Esistono sistemi per sterminare i gechi, trappole, veleni? Li trovo raccapriccianti, mi paralizzano». Ella: «Sono stupendi e sono protetti, ammazzarli è un reato, lo sapevi?». E da quel momento non soltanto chiude i contatti: non mi guarda nemmeno. Gli animaletti aderenti grazie a microbiche setae (500.000 per zampa) dipartite in spatulae ramificate invisibili sono stati causa di un altro incidente diplomatico con un potente del Tribunale, schierato a sinistra, che fino a ieri mi venerava alla stregua di un dio. Mi ha confidato che convive con un geco; che lo difende dai colpi di zoccoli delle domestiche: «Ieri l’ho salvato per un pelo». Ha osservato sul mio visetto un’immobilità omicida. Abbiamo avviato una fase dibattimentale e soltanto una transazione giudiziaria mi ha salvato dalla condanna in appello. 

Onesti abitanti del centro sopportano in casa queste schifezze con rassegnata saggezza: «Sono imprendibili, non ci possiamo fare niente». Menti più fragili si tormentano per le apparizioni di spettro. Un’imprenditrice non ancora reclusa per truffa aggravata mi ha confessato che ospita nel cassetto-cuccia del comò d’ingresso un geco che razzola fuori dal suo primo piano per poi ritornare al modo dei micetti. E che è felice di lasciargli esercitare le forze molecolari di Van der Waals lungo soffitti e pareti. 

A Bari sorgono allevamenti mutuati dal Salento e dall’Emilia. Gechi leopardini i più richiesti su Facebook e eBay: «Cerco femmina…». La presenza delle bestie orripilanti riverbera nelle sagome in gomma attaccate con le ventose ai vetri di auto o finestre, nei pendenti d’argento, gioielli, magliette, calze, mutande, marchi d’aziende, aste di occhiali perfino. Da cui si deduce che la città intera, non potendolo vincere, si è borbonicamente inchinata al nemico.

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