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Sabato 20 Gennaio 2018 | 02:31

«Sono la Miseria sono in Puglia per uccidere e per morire»

«Sono la Miseria sono in Puglia per uccidere e per morire»
ALBERTO SELVAGGI

Grazie, signor presidente del Consiglio. Ti mando un sorriso in qualità di amico. Così come ti ho investito. Io sono una donna che può essere uomo, se la osservi bene. Piagata, immersa nel mio canneto, seduta su un fascio spezzato, simbolo di sfortuni tremendi. Attorno razzolano cani che lambiscono il sangue delle mie ferite. Sono io, la Miseria, quale mi rappresentavano secoli addietro.

Con queste mani tese nell’atto di chiedere; con queste mani scarne come daini aggrediti da fiere, ti accarezzo. Mario Monti carissimo: muoio assieme ai figli che anche in Puglia per debiti si uccidono. Da tempo mancavo alla terra, da tempo essa mancava a me.

Ti so buono e ti conosco onesto. Ed è questo ciò che mi giova come paravento: non sei tu a decidere, sono le tasse che vengono. Non è tua la volontà di reprimere. E’ mia nell’agitarsi delle vesti discinte che mi coprono le ossa di stecco. Miseria, figlia della Notte e dell’Erebo. Infelicitas, calamitas, sordidezza. Pidocchieria, grettezza, buco nero che si fa suicidio, delitto, follia.

Figlio mio Mario: io ti amo come tutte le madri amano. Ti amo nel sacramento di Equitalia e nei suoi messaggeri. Ti amo nel volto eloquente di Alessandro Migliaccio, responsabile nel tacco d’Italia per l’agenzia. Ti amo davanti all’Imu, dalla quale le fondazioni bancarie coi 2300 immobili sono pressoché esenti. Ti amo nel caro benzina, ti amo nelle RC auto, nelle tasse regionali da ladrocinio, nell’Enel. E ti sposo, in questo incesto imperiale che sa di dinastia millenaria d’Egitto.

Grazie per il signor Alessandro, costruttore che prenotando il numero 6 della sequela pugliese a Lizzanello si è tolto la vita. Grazie per il manovale che ha tentato di impiccarsi a Lecce. Grazie per Enzo, commerciante di Marina di Ginosa che ha lasciato il ghetto del mondo per sempre. Grazie per Pino da Molfetta, il numero sette, vittima dell’ingranaggio perfetto. Grazie per Mario, imprenditore di Gallipoli che s’è sparato vicino a Torino. Grazie per gli altri che nella regione hanno seguito gli otto noti alle cronache senza possedere aziende, in assoluto silenzio: conosco una quarantina di loro fratelli.

Nelle città si organizza la guerriglia, molotov, esattori malmenati e intimiditi, delatori, corruttori, forze implosive. Una sinfonia di distruzione si eleva, sguardi torvi s’aggrumano in nembi nel cielo. E vedo un vecchio solo senza famiglia: io ti voglio, capisci? E vedo un altro uomo con moglie e figli piccoli. Se già di tuo non eri una perla, al tocco delle mie falangi diverrai uno schifo. Eccoti mentire in casa, negare a te stesso. Frodare, aggirarti squallido in caccia d’euro. Per strada ti additano: «Stacci alla larga, sta’ attento». Hai perso tutti gli amici. Hai qualche denuncia ma te ne freghi, la tua pelle è una scorza marcita. Bravo, bravo ragazzo, ti sei inimicato pure i parenti: i 5000 euro come li restituisci al cugino? Come al cognato i 12600? Ecco la tua vita, vita del verme che sei. Eccoti ipocrita prosternarti davanti al crimine. Partecipare all’usura, soccombere all’usura stessa: sei spacciato adesso, va’, prendi la pistola, spalanca la finestra come l’eroe che compie l’impresa, fissa il vuoto e lanciati tra le mie braccia funeree, non ti schianterai, sono qui che ti prendo. Prostituisciti. Firma assegni, sgraffigna prestiti ai deboli sapendo che non li restituirai neanche tra un secolo. Cambia appartamento e restaci senza pagare la retta. Avanti, ti voglio deprecabile, bieco, che ti prendano a calci per strada i conoscenti. Turlupina, ruba, ammazza se credi: hai Mario Monti davanti, Equitalia ti insegue e alla spoliazione aggiunge commissioni per i prelievi. E dietro a tutto questo hai l’anima mia. L’anima mia che ti prende. Sposa mortale, regina, mi stress, Venere in pelliccia.

Sei mio, fallito mio bene, non sei più tu, io decido per te. Non ti riconosci perché tu sono io. Io, te, lui, siamo insieme. E, anche se non mi credi, perseguo il tuo stesso destino: perdo sangue dai polsi che coi denti ho inciso. Perché sono la Miseria, e la Miseria è fatta per morire.

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