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Giovedì 18 Gennaio 2018 | 20:32

Canto d’amore degli alcolisti nel sole fiacco del Lungomare

Canto d’amore degli alcolisti nel sole fiacco del Lungomare
di ALBERTO SELVAGGI

Lungomare lungolinea Barion. Davanti a quelle alghe fradice uno solitamente sosta per tonificarsi i polmoni col tanfo. Più raramente per ripiegarsi sbronzo in panchina su un fianco. Ed è appunto questo il caso.

Sei un ubriaco; ma ubriaco davvero. Sei arrivato con una smorfia rossa in faccia che sembrava il manifesto del profondo disagio. Ti sei seduto su questo sedile di ferro e assi, hai allungato il braccio destro sulla spalliera per acquisire equilibrio statico, e dopo anche l’altro a mo’ di tirante. E da allora ti guardo, visto che ti sto giusto alle spalle con le reni poggiate alla fiancata di un’auto, io, etilico affatto, astemio marcio, sbronzo al massimo di aria barese sgasata.

Dio, che cencio. Passa un tuo compare, strascica il piede sinistro come un ferito della prima guerra mondiale, saluta, si ferma, si china a parlarti, Peroni in mano, siamo vicini al bar Chiringuito e il sole malato ammanta tutto di mani di fata. Che quadro. Pensa, mio rozzo ubriaco, adesso arriva un altro della squadra, naso sottile e gote irrorate. Tre relitti, tre poveracci, tre disgraziati con un estraneo prezzolato da un quotidiano locale che li spia come un fantasma inviato per assassinare.

Mi vengono in mente, Dio lo sa, le scene di un cortometraggio di Jean Genet il grande, Un chant d’amour, nero e bianco, voce muta, petti irsuti, amor sessuale fra carcerati. E vi immagino nella vostra sgraziata nudità, vello, glutei, gambe tozze, glande, sudare spasimi come nel filmato, amatevi amanti, membri virili, deformità che s’agitano, unione nelle lacrime, disperazione spogliata, tre ubriachi fatti come siete fatti, e se vi voltate facciamo quattro. Mi interrogo se avvicinarvi, darvi indicazioni: salvatevi, chiamate gli Alcolisti Anonimi, fratelli samaritani, telefono 334-1883867, cercate i numeri dei «servitori-insegnanti» dell’Associazione regionale club alcologici territoriali su www.arcatpuglia.net a Bari, rivolgetevi ai Sert magari. Ma occorre una statura per soccorrere i cadaveri, e temo mi manchi.

Due se ne vanno verso piazza Diaz e le lenze deposte sul fondale. E tu sulla panchina resti a soffrire, a sognare il vino che ti preserva morto e vivo nelle midolla inzuppate. Povero amore mio: dove sei finito, e come. Due mani di calli, piedi di torsoli, li seguo passo passo nella tua vita passata: ti chiami Enzo, eri sposato, hai una denuncia per violenze all’ex moglie, sei divorziato. Tua figlia lavora a Milano, tuo figlio anche. Hai iniziato a bere come tutti quanti: perché qualcuno, dentro, te l’ha comandato. E mentre l’alcol si impossessava del sangue pian piano, cominciavi a perdere la rotta che ti aveva guidato: levarsi dal letto quando capita, il lavoro da impiantista se ne è andato per assenze reiterate, via gli amici, i familiari, via il fegato, pancreas, cuore che batte a sfiato. Vedi sciaguattare la memoria come una mezzaluna oltre le paratie del Lungomare Di Crollalanza: depressione, tremori, ansia, se ben ricordo tuo padre ti pestava. Hai compilato un questionario sanitario, Temposil e Campral per stabilizzare. Ma oggi, come ieri, e ieri l’altro e domani ci sei ricascato.

Che fai, piangi? No, esisti, ristai. La mano di vanga ora ti regge la faccia. Dio ti aiuti e Dio ti perdoni. Che cosa credi? Per ognuno il caso ordisce stralunate difficoltà: pensi che per me vivere sia facile? Per me quanto per l’ingegnere in cappotto blu che passa? No che non lo è. A dirla tutta, non so che cosa faccia io alle 11,30 qui dove i pesci non abboccano all’amo, dove la nafta si sposa col mare. Qui immobile come una sfinge a guardarti le spalle. Se ci pensi, siamo due ubriachi. Se ci pensi siamo tutti ubriachi. Se ci pensi siamo tutti figli del Dio che sa ognuno ugualmente amare.

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