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Domenica 22 Aprile 2018 | 03:05

Cantami, o diva la beltà perduta dei «topini» in impenata

Cantami, o diva la beltà perduta dei «topini» in impenata
di ALBERTO SELVAGGI

Sigh sigh sigh..! Sob… sob… sob..! Sì, sto piangendo e non me ne vergogno affatto. Chiunque abbia un cuore e col cuore sensibilità memorabile farebbe altrettanto. Piango la fine di un mondo incantato. Piango la perdita di un’identi - tà. Piango, tutti piangiamo la scomparsa o la mutazione vitale del topino barese che in sella agli scooter impennati per decenni ci ha fatto sognare. Era bello il topino, sì. Era nostro e basta, già: mica un oleografico scugnizzo napoletano. Era il più grande, sigh, sob!, inimitabile… Un momento, aspettate, lasciatemi riprendere fiato: sono qui a voi oggi per cantarlo. 

U topèin era magro in ogni caso. Raro pescarne uno ingolfato di grassi saturi. Veniva alimentato di fame e forgiato da cazzotti paterni sul cranio e solenni stampate sui glutei vuoti come acini succhiati dai passeri. E teneva una faccia sostanzialmente simile a quella del fantasista del calcio Antonio Cassano: quella, non altre. Zompava contento e indemoniato sul sellino di Vespini 50 patendo l’impatto scrotale men che lo Zorro in arcione al cavallo. E nella guida di questi razzi dalla testata annientata si dimostrava assai più bravo degli astronauti o dei piloti Alitalia. Ah, topino mio, dove sei? Deh!, mio topino, torna sull’asfalto, e se non lì almeno fra le mie braccia. 

Quando il topìn-topèin partiva s’equilibrava d’istante sulla sola ruota motrice come un cavallo mediorientale imbizzito di Delacroix: e così procedeva per sempre, ai semafori, dinanzi all’uscio di casa japigina o barivecchiana, quasi lo sostenesse una nube santa. Nel traffico svicolava come un vibrione nelle anse intestinali e non c’era agente, né falco stradale, né furia, né caramba che potesse acciuffarlo: egli li seminava centrandoli in scia con schifosetti sputacchi. Quando slalomando cozzava i ginocchi contro parafanghi o fari d’auto non avvertiva neppure un pizzicorino lontano. E se veniva sbalzato di sella dopo uno schianto, rimbalzava di qua e di là senza fratture né escoriazioni invalidanti, rimettendosi in piedi di scatto con un «moccamamt’».

Nel bel mezzo delle cerimonie nicolaiane in Basilica spuntava tra i banchi e si lanciava strappando e borseggiando con unte mani di fata, portando venticello brioso nel sopore ecclesiale. Se beccava nei vichi lo straniero sciocco lo tallonava sollevandolo dal peso di borse e macchine fotografiche, educandolo così al contempo alla vita e al suo duro rigore morale. E che dire di quando in scooter sgasava divaricando la gamba sinistra e ponendo sbilenca sul sellino l’anca da un lato? E che dir quando, interpellato su un furto con scasso, si lanciava con l’osso frontale del cranio rinforzato in metallo abbattendo bisonti col tuzzo che vuol dire testata? Dite, avete più letto sulle cronache: «Topino rompe il naso a vigile» «Topino prende a craniate giocatori di pallacanestro Usa»? No. Appunto. 

Ebbi la fortuna, davanti alla scuola San Nicola, di cogliere le sequenze di una «tuzzatrice», una topina-ragazza, che sbomballò l’osso nasale a un signorino che non voleva prestarle il dueruote per l’eter nità. Ah, che tempi son stati. C’erano i micro-topos, topini appena svezzati che stavano nel palmo di una mano. I cata- topos, un filetto più grandi. I topìn-topèin standard adolescenziali. Topèros se tozzi brutali. Toponi e cata-toponi ormai sviluppati, senza contare i mega-cata-topos, prossimi al salto nella piramide criminale. Quando il topino, preso dallo zio a sprangate maxillofacciali, frignava, smetteva dopo nove secondi al massimo. E reggeva anche le bottigliate di Peroni assestate dagli amici intimi, poiché saldo e savio. Emetteva versi pleistocenici, «uèa, èa, ‘nghea, poppea, sparaminguèa..! », che non riecheggiano più fra i palazzi. Per fuggire dopo lo scippo si levava le scarpe. Al richiamo del boss convogliava in sciame motorizzato. Io ora non vedo più un solo topino impennare: vanno su due ruote, pistola in tasca e impasticcati. E mi chiedo se è sopportabile un mondo che ha perso la sua arte topinesca per strada.

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