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Domenica 21 Gennaio 2018 | 21:35

Dio stramaledica i baresi fanatici di Facebook

Dio stramaledica i baresi fanatici di Facebook
Primo incontro: «Meh allora ci vediamo su Facebook?». No. «Com’è, non stai su Facebook?». No. «E perché non stai su Facebook?». Perché sono troppo razzista per mescolarmi alla massa di inferiori pezzenti.

Secondo incontro: «Ehi, ieri ti ho visto su Facebook!». Ma… Come… Perché… Non sono iscritto. «Stavi a Bari Vecchia a una festa della sinistra chic, mangiavi in tutte le foto, fai schifo». Porca della miseria, ma chi è stato? «E poi sabato prossimo hai confermato?». Che cosa scusa? «Ho letto che vai al compleanno di quel ricottaro… Bella gente frequenti». Ah, hai fatto bene ad avvertirmi, non lo sapevo. «Ma, scusami, è vera ‘sta storia che sei nazista, ti droghi, vivi da eremita e disprezzi i baresi perché sei di Polignano a Mare?». Certamente, mettilo su Facebook. «Scoop! L’hai detto tu eh, mica io».

Terzo incontro: «Vuoi venire a cena a casa? Mangi gratis come al solito senza portare niente, Claudia cucina». Perdonami ma eviterei, mi sono dato malato in redazione e temo di venir sputtanato su Facebook. «A proposito, ancora non ti sei registrato? Davvero non sei tu quello che ha amici giornalisti? Se vuoi ti curo lo spazio io». Mah, sai, considero i facebookisti grosso modo dei minorati mentali, cose su due gambe contenenti gas digestivo. 

Ed eccomi finalmente in pizzeria su corso Vittorio Emanuele, al sicuro da realtà stranianti, allucinatorie, intrusive. Siamo in dieci al tavolo, ma non si mostrano che quattro visi: i commensali restanti sono teste chine sui cellulari, replicanti che digitano e mi rispondono con insofferenza a monosillabi. Scusa, come ti chiami? «Paola». Ah, brava Paola. E tu altra che fai nella vita? «Giornalista». Bene. Bacheca, profilo, info, foto, amici, commenta, mi piace, chiedi l’amicizia, visualizza, condividi: si taggano, si postano e bannerizzano, si martirizzano, ho l’impressione che due ossesse addirittura si scambino confidenze digitali da un capo all’altro del desco lasciando deperire la pizza. Una cagna smanetta in tandem con un’altra cana (è ancor peggio di cagna) che a stento frena l’istinto videocameristico: alla malora i carciofini appena postati dal cameriere.

Per la miseria, e io credevo che Michele Emiliano fosse il propalatore solingo del verbo di Facebook e dei «twit» in diretta ai cronisti; noto che esistono molte altre persone ugualmente intelligenti, invece, ispirate dalla medesima originalità di pensiero, che camminando impattano contro i pali della luce poiché impegnate a fare tic-tic sulle tastiere. E io che pensavo di vivere in questo mondo mentre un altro nel silenzio s’era aperto inghiottendo e sbugiardando il privato di una città intera, di una regione, della maggioranza dei terrestri. E io che pensavo di essere un uomo, almeno qualcosa del genere, e di vivere fra umani i cui simulacri si proiettano invece nell’alterità del medium.

Una fogna interiore che si fa pubblica è aperta, viscere esposte come stracci in pinacoteca. A Bari i facebookisti organizzano feste, creano gruppi virtuali su qualunque cosa sia niente. Si cercano, si trovano, restano in contatto, si amano, si incornano, si lasciano, si prendono, si bestemmiano e di là talvolta si pestano in strada davvero. Si sposano, si separano, si scrutano, si spiano, trasferiscono dati, clonano identità, si sdoppiano, triplicano, incarnano persone inesistenti, mutuano altrui essenze, rinascono e svaniscono, si materializzano, si trasferiscono in entità di neutrini nella regione più selettiva di Twitter che tira tra i fighi e ha per star Nichi Vendola. Avvizziscono se possibile nei social network come stiliti: niente pane, niente acqua, soltanto allega, emoticon, mailing-list, contatti cerca, instant messaging, feed/stream, login, bip bip, flop, flip, qualche psicodipendente finisce in psichiatria, stanno sorgendo i primi centri, postatemi la radiografia del coccige leso, per piacere, chiedetemi l’amicizia, così vi risponderò evocando lo spirito di Tonino Cassano infartuato redivivo: MOCC’ A… TAGGHESC’ A ‘STO PAIO DI… VAFF… TU E FACEBOOK… T’ASPETTC DAFFÓUR… TI POSTESC’C A TE E A MAMT’… Ad libitum.

di ALBERTO SELVAGGI

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