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Domenica 21 Gennaio 2018 | 19:25

Il cibo made in Japan minaccia la «bragiuola»

Il cibo made in Japan minaccia la «bragiuola»
di ALBERTO SELVAGGI

E va bene, figliuola, hai vinto la scommessa su quella nostra amica: tradiva davvero il zito con l’amico afflitto da attacchi di panico. Devo pagare la cena, come concordato, non posso esimermi, pur bestemmiando i morti del Creato. Però speravo che il ristorante giapponese me l’avresti risparmiato. Andiamo, mè, ché si fa tardi.

Questi cavolo di luoghi sono da un po’ la tendenza gastronomica chic a Bari. E prendono piedde con discrezione da upper class: ristoranti, snack, asporto, derivati. Sapevo che rifilano conti abbastanza salati, perciò già sull’ingresso il mio viso assumeva un’espressione tirchia contrariata.

Locale da fichetti. Pelli tese di giovani non botulinizzati, squinzie aride aduse al sesso impersonale, studenti impinzati dai genitori con cucchiaiate di denaro ricottaro. Sùbito prendo sul piffero il titolare. È educato, ma gli sono ostile ugualmente. Devo esserlo. Ci accomodiamo accanto a due coppie di ragazzi firmati che, pur in verde età, parlano ininterrottamente di affitti da riscuotere, interessi bancari, investimenti, beni di lusso e boutique che si apriranno. I soldi per venire qua chi ve li ha dati se manco lavorate, eh? Tu, brutto str… etto ricciuto, come fai a tenere la Bmw fuori parcheggiata? Si ficca le bacchettine tra le labbra e le lascia vampirescamente penzolare. Se ne infilza le nari: eh, e ridi, ridi tu. La schifosa che gli sta innanzi ha seni cementificati, mi convinco che sono scalpellati in plexiglass, anche se magari è falso, a vent’anni è naturale.

La mia amica, eccitata dagli effluvi immigranti, scorre il menu interminabile: oyako donburi, misoshiru, kanto-daki, zaru soba… Come scusa? Ma, stai scherzando? Takikomi gohan, koma sake… E continui? Mocc’, quanto gostano. Il servidorame non dà tempo per pensare e ci piazza sotto al naso un vasetto microbico con impasto all’aglio da lappare. Scusa, e le bragiuole dove stanno? E le sugaglie mappazze da digerire con sfiati silenziati? Uno la domenica che fa, si ammazza? Oltretutto, ci hanno fornito di sole bacchette aderenti come gemelle siamesi una all’altra, vanno separate: tràc! Ecco fatto, e mo?, come si fa? Si pilucca quali uccelletti debilitati, gran difficoltà: posso avere la forchetta per favore? «Subito, prego». I camerieri, mi duole ammetterlo, sono affabili e professionali; ma li prendo lo stesso sul cavolo tutti quanti: cicisbei, frappatori lisciastivali.

L’amica che sono costretto a foraggiare pare a suo agio fra cotanta orientalità, loda la roba dietetica che non ingrascia. La mia mente formula invece uno slogan che proporrò senz’altro all’assessorato all’Accoglienza comunale: «Attento, o troglodita barese, i musi gialli stanno infestando financo il tuo palato».

Cerco di dirottare le scelte su piatti dai prezzi popolari, ma la titolare del biglietto vincente sulla scommessa del cornificato non ha pietà: ordina primizie col grill salate. Il cimento prosegue con una zuppa gorgogliante di spaghettoni grigiastri sormontati da gamberi dall’aspetto di appestati. È un microchirurgico schermire di bacchette, forchetta, cucchiaio sbrodolante. In realtà ‘sta porcheria è fantastica ma non lo ammetterò mai davanti agli schiavi dei nipponici invaders: «Tutto bene?». Sì, non era male. E avanti, brutto bastardo, portami pure un takoyaki se hai coraggio: ‘u pùlp, il polpo, lo nomano a Bari. Pure questo è prelibato, e allora? Shabu shabu e sukiyaki. Eh. Il sushi (u crùd’) lo conosciamo: bada bene alla salsetta kryptonitica del wasabi. Ehi tu, oste, figlio di una grandissima putt..., avanti, portami altra tempura (la frittùr’) e quegli sfilatelli di sashimi di orata che degustano i ragazzi accanto che impalerei in piazza.

Non ci si sazia mai con i piattuzzi lunghi quanto una falange. Beh, portami il conto, adesso che abbiamo esagerato. Porca della putt..! Mòh! Ok, pago, ma tu, amica che ti sei ingozzata prosciugandomi le tasche, non farmi più discorsi sull’economia stagnante a Bari. Con ‘sti soldi sai quanta massa cruda di focaccia mi pappavo?

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