Domenica 22 Luglio 2018 | 20:34

Caos in centro a Bari C'è un gatto nel motore

gatto randagiodi ALBERTO SELVAGGI

Èuna maledetta mattina d’inferno di giugno. «Miao, miao, miau, gnào!». Ma... cos’è? «Miao miau, gnao, gnauuu!». Ma, chi è, che vuoi? È un gatto, signora, e dal tono di voce sembra giovane piuttosto. Quasi un bambino, aggomitolato nel vano motore della sua nuova Fiat 500 color schizzo di polpo: accosti, per favore.

Coperta da un vestito di lino che non vince il dardeggiare del sole, la donna ferma la quattroruote all’angolo tra via Dante e via Melo, a piè del semaforo o poco oltre. «Miao miu, miao gnau!». Il ragazzino intrappolato fra volano e pistoni là dentro non si dà pace. È preda di un attacco di panico filiato da propensioni claustrofobiche. La automobilista scende stringendo sulla bocca una smorfia di stupore. I passanti menano l’occhio, si fermano, domandano, convergono verso gli gnaulii provenienti dal cofano che viene scoperchiato tosto. Arrivano i vigili: «Che è successo? Guardi signora che qua non può sostare» «Forse c’è un gatto nel motore, se riparto lo brucio o lo maciullo». «Possono essere topi» insinua uno. Stolto: tutti ascoltano la richiesta di aiuto che traduco dal linguaggio felide al nostro: «Non so come ho fatto a finire qua dentro, forse saprei come uscire ma non mi azzardo finché mi circondate come indiani attorno al generale Custer».

La proprietaria dell’auto-trappola è toccata dal dramma nel profondo: chiama l’Enpa, il Wwf i cui telefoni squillano a vuoto, mentre il marmocchio nel motore non dà requie a lei e a nessuno: «Miao, miau!». Il gagnolare muta in urlo di disperazione, è una sirena che vortica e catalizza altri curiosi che man mano convogliano dicendo la loro: «Portategli le alici, così verrà spinto a venir fuori», «date manate sulla lamiera, così troverà l’uscita per paura», «è bloccato sotto la batteria», «non credo, è nella presa d’aria». Un barista animalista accorre con un bicchiere di latte e lo piazza a mo’ di esca sotto il labirinto meccanico in cui il gatto si è perduto. Nessuna reazione. Anzi, l’antro risuona di soffi, sibili e puerili ringhi minacciosi. I vigili delegano d’autorità il caso ai vigili del fuoco ma la folla ha già costituito un Comitato di Liberazione Nazionale per suo conto.

È tempo di eroi: un operaio in furgone inchioda, si butta sotto la 500 a pelle di leone: «L’ho visto», «L’ha visto!» passa parola la folla. Chiede una chiave inglese e l’attrezzo, Dio sa da dove, spunta fuori. «Niente, si è ficcato più dentro ancora, verso la batteria». Arrivano commesse smarrite, un vecchietto vacilla, già moribondo di suo, due ceffi ridacchiano: «Con ‘sto caldo è già fatto arrosto». Un facchino di una ditta traslochi sospende le sue mansioni per ficcarsi letteralmente nel vano motore. Il traffico s’ingolfa, il micio coi lai tiene il mondo in pugno. È la forza della fragilità, la potenza fulminante della tenerezza: due ragazze trepidano, un’altra si commuove. Un bruto impreca e implora, quando non penserebbe due volte a impalare la moglie.

Guardo quella macchina, nera come un sepolcro: penso a Radamès in Aida vivo sepolto perché un contorsionista è rimasto incastrato per il braccio nel grappolo di acciaio e tubi: «Tu... in questa tomba!». Uno stratega corto e forforoso comunica il suo piano d’azione: «Fingiamo di allontanarci». Ma non fa in tempo a terminare la frase che il felino schizza come una saetta disarticolata tra le zampe di noi beoti: «Brutto figlio di putt...». In tanti si lanciano all’inseguimento, perfino io do un contributo: «Corri là... ora è sotto quella ruota». Manovali agilissimi danno il meglio del loro atletismo e del loro cuore. Il gatto, lungo quanto una mano monca, probabilmente immigrato senza permesso di soggiorno, rimpiatta da una Nissan a una Suzuki a una Toyota: è chiaro che predilige le auto nipponiche. Poi svanisce nel nulla: un tombino?, un taxi preso al volo?, un altro vano motore? Il quartiere torna mesto alla vita e alle sue mogie occupazioni.

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