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Martedì 16 Gennaio 2018 | 22:24

Quei sauri erotomani che a Bari insidiano le segretarie... nel letto

Palazzo Ruta (1604) a Ruvodi ALBERTO SELVAGGI

È notte alta. Attraverso l’androne del mio palazzo. Siamo in pieno centro, non nella periferia campestre o suburbana. E invece, ecco saettarmi tra i piedi radente l’archetipo del raccapriccio, il segnacolo dell’anima dannata: è un geco adolescente, orfano, credo, dato che non vedo la madre. Mi guarda con occhi ripugnanti, è spaventato ma non disintegrato come la mia anima. Cerca una via di fuga, prova a scalare i gradini che portano all’ascensore esibendosi in balletti macabri, ma non ce la fa. Attendo pietrificato da sussulti nevropatici. Il ragazzetto verrucoso assume un’espressione di pietà. Allora, spicco un balzo per sorvolarlo scagliandogli in testa la cicca fumigante che stringevo tra le labbra, e lui mi guarda e io lo guardo mentre completo la parabola. Quindi guadagno come Oreste inseguito dalle Furie l’uscio macinando rampe.

L’estate torrida ha sparso un rettilario in città. Derivati degli sconvolgimenti climatici, questi errori di Dio tengono in scacco il centro di Bari come i quartieri dei margini, sovvertendo anche il ciclo dei letarghi. E io ho da tempo lanciato - inascoltato dai colpevoli assessorati (Emiliano, Vendòla: che fate?) - il Mein Kampf, la mia battaglia hitleriana, fino alla Soluzione Finale.

Un’amica mi chiama da Japigia, dove al sesto piano due incursori l’hanno assaltata: «Mia madre li sta risucchiando con l’aspirapolvere». Al San Paolo nazionalsocialisti impavidi sogliono trascinare i geconidi al laccio. La moglie di un avvocato mi telefona in diretta da Carbonara: «Abbiamo aperto la villa, ci sono quattro tuoi amici sul muro della stanza da pranzo».

A un semaforo del rione Madonnella mi ritrovo al fianco fermo al rosso, spiattellato sul marciapiede, un geco pedone canuto, sui 70 anni. In via degli Alfaraniti, davanti alla chiesa di Goldrake, il mio radar identifica sull’ingresso di un palazzo un maturando accompagnato dal padre che si appresta a citofonare. Le latrebe del mio cervello sono state inquinate dalla visione di tre neonati prematuri che con insolenza scorrazzavano sulla veranda di un’amica a Poggiofranco. Mentre parcheggiavo davanti al portone di casa, mi è venuto incontro un cucciolo dalle zampe a spatola, in un certo senso scodinzolava: dalle sue labbrette verrucose e scabre pareva venisse fuori la parola «mamma». Cercava casa. Poi ha risposto alla mia immobilità tornando sui suoi passi e infilando nei fori minuscoli di una grata la gelatina di cui il demonio l’ha fatto.

Ho tremato in inverno scorgendo un geco esquimese mimetizzato nell’interstizio di una saracinesca a zero gradi. Un altro da un frigo è spuntato intatto. Un igienista è emerso dalla centrifuga di una lavatrice tra i panni, bianco denaturato immortale.

La segretaria di redazione di un quotidiano mi ha rivelato la sua esperienza con un sauro erotomane che l’ha insidiata nel letto (è anche fidanzata). Un costruttore mi ha parlato di un geco omosessuale che nel sonno si è avventurato a un dipresso dalla sua virilità.

La popolazione delle tarentule mauritaniche s’è accresciuta con l’immigrazione (vai poi a dar torto ai leghisti). E l’effetto serra genera i primi mutanti: tigrati di strisce brune, oblunghi come bassotti stiracchiati, presto magari capaci di far di conto e di scippare.

Da quando la presenza degli spettri bioadesivi s’è fatta pervasiva, si vanno moltiplicando anche i cantori della loro difformità sventurata: allevatori, animalisti bolscevichi, associazioni di sostegno, tatuaggi, simulacri di gomma con ventose per le auto, sagome su felpe e t-shirt, ciondoli e orecchini, perfino marchi commerciali.

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