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Mercoledì 24 Gennaio 2018 | 09:01

Il Gran Caffè è resuscitato riparte la storia della vera Bari

Il Gran Caffè è resuscitato riparte la storia della vera Bari
di ALBERTO SELVAGGI

Foto cafeBARI - Ha riaperto, vestito di tinte notturne e vene grigie, inchiodato al suo posto da banconi levigati tra corso Cavour e via Dante Alighieri. E da giovedì i suoi orfani si riavvicinano dopo otto mesi di esilio: bancari della pausa pranzo, avvocati e notai della pausa espressino, ingegneri, poveracci, negozianti, commessi, single, separati, divorziati in cerca di un secondo o di un primo, mogli, mariti, politici, affaristi, operai impegnati in ristrutturazioni indefesse: la popolazione del centro e quella che approda all’umbilicus dalle periferie, al ventre di balena del Gran Caffè Saicaf che ingloba tutto e che ha segnato la storia cittadina dallo scorso secolo.

Qui sono stati stipulati affari, prefigurati piani urbanistici, pianificati azioni, matrimoni, accordi politici. Qui gli intellettuali mettevano nel crogiolo i pensieri. Qui si celebrava lo svolgersi del tempo che si distribuiva sulle lancette della comunità intera. Qui è il luogo più frequentato per darsi appuntamento: «Al Saicàf, pomeriggio presto». Qui si è consumata una dissezione anatomica, 24 maggio ore 6,30.

Operai chirurgici in guanti di nitrile hanno estratto il fegato dal cadavere del Saicaf «chiuso per interventi», il cuore del banco cassa, adagiando la carcassa del piano ristorazione sul camion becchino: non si resuscita prima di morire. Sopra un altro automezzo sono state deposte le spoglie del bar, le reni metalliche dei lavandini, occhi di vetro. Al primo piano tra polveri dense sono stati svelti i laboratori, i depositi che furono sala ristorante e che a tale funzione su 200 posti oggi sono restituiti. C’è gente che guarda adesso, che parla, inghiottisce ai tavoli, comparse nella creazione di una nuova mitologia. Quella dell’unico, grande bar pasticceria ristorante aperto 365 giorni all’anno per 20 ore al giorno sulle forze di 40 dipendenti. Casa di ogni senzapatria, rifugio dei funamboli privi di stabili affetti. Fortilizio dell’azienda di torrefazione in via Amendola, chiesa madre di altri Saicaf sparsi da Foggia a Lecce. Monumento che l’immaginario affianca ai teatri e agli edifici rappresentativi.

Così, se guardi bene la nuova creatura, ti appare facilmente attraverso la quarta dimensione il Gran Caffè Savoia capostipite, anno di grazia ’37. Le vetrate su via Dante s’ammantavano di brine, caffè caldo, mélange, cornetti. Salone ampio, tavolini, abat-jour prudenti, bella gente, accidenti, guarda quella, giacche bianche, pantaloni in piega, guantiere che tintinnano, camerieri, «si figuri», «prego», arredi dei fratelli Bega, tende a drappeggi, e in pedana l’orchestra che trasmetteva in diretta via radio musica da ballo dalle 23. C’è un microfono con la scritta Eiar, tondo coronato di cavetti. Tende blu spesse, adesso che è guerra, bisogna scansare le bombe cadenti. Tedeschi biondi in divisa; Lili Marleen, Strauss, von Suppé. Un balordo importuna una cassiera: «Fuori, per piacere». D’estate il Savoia esondava sul marciapiede, i curiosi s’accalcavano sul fronte prospiciente come spie discrete. Viva i poveri, evviva i ricchi. Il dopoguerra ribattezzò il locale Gran Caffè Saicaf per sempre: maratone di ballo, notti su notti, giornate intere. Viva i poveri, evviva i ricchi di un tempo.

È sulla scorta di questa tradizione se nella zona tanti si piccavano di sapere tutto mentre «la» Saicaf o «il» Saicaf si restituiva nell’ennesima veste: stato dei lavori, data di riapertura, costi, fitto di gestione, rami familiari, quote societarie, parentele, interessi, amicizie. Del profluvio di indiscrezioni spifferatomi da notabili edotti quanto da ignoti umilissimi, purtroppo, non mi è possibile riferire granché. Ho problemi di memoria breve.

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