Venerdì 20 Luglio 2018 | 03:18

Se Bari Vecchia esiste è tutta colpa di Simeone

Se Bari Vecchia esiste è tutta colpa di Simeone
gallo barese tifosodi ALBERTO SELVAGGI

Simeone è forte. Tiene «i s’ld» (soldi), come dicono a Conversano. È tutt’altro che greve e tafagno, dato che il sangue non s’è mai mutato in acqua. Ma pure se tiene i s’ld, se è signorinetto, a me non interessa «pr’pr’» (proprio, in conversanese), e quest’oggi mangiando «i k’zz’» (le cozze) penso a lui con ostilità. Perché è colpa sua se esiste Bari Vecchia, cioè quella porzione lustra frequentata oggi da gente senz’armi. È colpa sua se anche Bari, per via delle due piazze del cavolo, è finita nelle guide turistiche alla voce: «Movida & Locali». È colpa sua se un luogo un tempo ameno, discosto dalla civiltà è diventato una fogna umana: o Di Cagno Abbrescia ce lo siamo dimenticato? 

Ricordo con commozione quando ci si addentrava tra Piazza Ferrarese e la Mercantile della colonna infame: ahi!, cor mio reggi il rammemorare. S’andava avanti quatti nel silenzio infranto soltanto da radi tra-ta-ta-tà di mitraglie. Stavano eretti nel mezzo come acquasantiere cassonetti adorni di frasche, omeri, bottiglie e frattaglie risalenti all’anno passato. Promanavano olezzo d’essenza di cose, di purità, per dirla con lo Steuco agostiniano. E quale svago quando dal fondo un messo gridava: «Sciamanìnn’, che stà ‘a vven’ la madàm’!». 

Guarda adesso, invece, l’immensa, bombardante cloaca che s’apre: Simeone, la vedi?, mi ascolti ovunque tu sia da qualsivoglia parte? Laddove le vecchine bitorzolute recavano stecche di sigarette di paglia e panetti di stuporose sostanze per stiparle nei bassi, ora spadroneggia una ragazzaglia dal QI insondabile. Bracciolotti pompati, petti pelati, glutei elastici come chewing-gum, figacciotte zagne con gonnelle ascellari e seni puntuti come alabarde, e tutti a cianciare, e tutti a gridare, e a sghignazzare, e i locali a menare il tump-tump dell’house, e i protervi che arrivano e ti soffiano la sedia senza dir grazie, e gli alienati a straniarsi nella folla che ha una sola faccia, e la ressa che s’attorcina in grappoli, s’insinua, dilata, e ti soffoca nella gestazione della claustrofobia urbana. 

Simeone, ascoltami, e guardami. Mi vedi? Son qui nel mio deserto clamante con le braccia levate qual patriarca: è tua la colpa di tutto questo, sì, tuo il dolo del non dare requie. Inginocchiati, te l’ordino: in nome di Dio ti addito a tutti quanti. Dentro tal delirio, fra questa gazzarra l’altra notte sani amichetti di Cumb’rs’n (Conversano) mi hanno tirato. E loro per primi han pronunciato: «Ma dd’ non s’accapèsc ’ kkiù nnòdd» (in questo luogo più non v’è pace). 

Così è nato il sermone a te indirizzato. Pensa agli stolti che hanno abboccato alla rivoluzione, pure ammirabile, che hai pianificato: per atteggiarsi viepiù a sciccosi sono andati via dal Murat per far nido fin sulla Muraglia in case nobilitate dalla vetustà. E da quel giorno di notte non hanno più chiuso occhio, coi molesti alcuni sono venuti alle mani. Motorette che sgasano fra le gambe dei deambulanti, talvolta azzoppandole: «Ahi!». Prima almeno i dissuasori di pattume le rallentavano. Baby- gang femminine che brutalizzano i malcapitati. Un tempo i cata-tuzzi incrinavano i setti nasali per ragioni di Stato. Pollastrelle e erculei libidinizzati, stonati dai cicchetti e dalle canne che avvampano.

 E il danno s’estende, sappilo, anche di là dal guado: nessuno in centro da sera all’alba può più parcheggiare, ogni spicchio d’asfalto è invaso d’auto, parcheggi scooter sepolti nell’urgenza di addivenire alla bengodi barivecchiana. Una signora ricca sfondata, suppongo non omogenea al riscattar proletario, mi ha fatto notare: «Da quando hanno recuperato il borgo antico la plebaglia e i delinquenti te li trovi dappertutto, una volta questi qui se ne stavano nelle loro case». Anche di ciò, Simeone, sei responsabile: pèntiti, abiura, avanti. Io, in vero, ti ho perdonato non veggendo dietro al delitto volontade. Ma m’accomiato ugualmente con una lacrima: nessuno mi dirà più dinnanzi a quel deposito che oggi è un pub: «Giovane, menati dentro che chiudiamo la saracinesca! Non senti? Non è come gli altri giorni: oggi si spara assai».

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