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Lunedì 22 Gennaio 2018 | 17:21

Viva il barese Malcom pornodivo nato con Marx

Viva il barese Malcom pornodivo nato con Marx
gallo barese tifosodi ALBERTO SELVAGGI

Questa è la strana storia di uno strano uomo. Questa è la storia di un tipico figlio della sinistra di Bari che colse al volo il secondo nome assegnatogli dal padre e ne fece il suo marchio nell’olimpo dell’hard: Francesco Malcom.

Veramente, gli impiegati dell’anagrafe sbagliarono: registrarono Malcom invece che Malcolm (X), il controverso leader afroamericano. Ma i genitori si rassegnarono: «Non fecero storie neanche quando videro la videocassetta del mio primo film porno da protagonista nell’edicola sotto casa». E così continuarono quando Francesco affiancò le altre due uniche star italiane, Rocco Siffredi e Roberto Malone, nel panorama internazionale: «Se questo lavoro proprio ti piace…».

 Non hanno potuto vederlo, dopo 2000 titoli con i registi più grandi, da Mario Salieri a Joe D’Amato, cambiare pelle nel decadere dell’industria dell’hard: pellicole horror, la rubrica osé Malcom XXX su Shootv online. Perché nel frattempo se ne sono andati.

Nato il 27 novembre 1971, lo «sbarbatello del porno», l’«Alessandro Momo dell’hard» frequentò il Piccinni e lo Scacchi. Col fratello, oggi direttore di un centro accoglienza romano, e la sorella avvocato in famiglia respirò Gramsci e Marx, «anche se non capisco questa sinistra dove sia schierata». Vacanze in Grecia in compagnia di un’altra nota stirpe del Pci di Bari. Poi il padre, dato l’elevato ruolo politico istituzionale, trasferì a Roma la base: «Avevo 17 anni». A Firenze Francesco studiò restauro ma il porno in petto gli si era già insinuato: è una cosa che capita. Ebbe un flirt con una ragazza: «Viaggi molto facendo la modella?» domandò educato. «Giro film a luci rosse, in realtà: vuoi provare?». Proviamo.

Riccardo Schicchi, padre della pornorivoluzione italiana, lo aveva scartato ai provini «a causa della mia faccia da ragazzino perbene», antitetica rispetto a quella dei bruti imperanti. Ma proprio i docili modi e i vergini tratti gli offrirono una chance in Incontro a Venezia, ’92, con la divina Simona Valli. E presto stregarono il raffinato Salieri che ne portò le tumescenze sui mercati del globo terracqueo. Denaro, divertimento, le più famose sexystar «con le quali si faceva famiglia quando le produzioni miliardarie duravano settimane». Moana Pozzi, che, rivela il Malcom, «nel suo ultimo film, nel quale ho recitato, si fece sostituire da una controfigura ungherese in tutti gli atti sessuali». Il perché non l’ha spiegato. 

Le feste, i viaggi, 15 premi europei e mondiali, le interviste a Vanity Fair e alle principali testate, le ammiratrici e i fan che lo fermano ancora per strada, che fischiettano Francesco Malcom, brano a lui dedicato dai Neoismo, elettronica band. Ron Jeremy e gli altri miti maschi dell’hard, ragazze stupende a cascate, l’«arnese da lavoro» (così lo chiama) richiesto come un toccasana: «Fino al boom del Viagra eravamo in pochissimi capaci di fare sesso sotto i riflettori per ore a comando». E poi la flessione, i budget risicati, vendite dei dvd divorate dal web gratis, paghe stellari ridotte a compensi magri.

«Senza rinnegare nulla, tantomeno la fama che mi accompagna, da un po’ cerco altre strade». Cerca contatti, dopo il cameo nella fiction Moana con Violante Placido. Cerca distribuzioni per Eaters, l’ultimo horror che ha girato. Cerca il gatto Gaglini (cognome di un compagno di classe delle medie) che gioca a nascondino nella sua casa romana. Cerca Lemucchi (altro felino battezzato in onore di un vicino di banco) e lo affida alla vicina: «Grazie». Trova gli zii, i cugini, i compari di sempre quando torna a Bari a Natale, Pasqua, in estate. Ripesca il vernacolo fra le latebre del cranio: «Vaf… mocc… a mamt’». Si ritrova e tira il carro, Francesco Malcom, unico pornodivo della storia di Bari, unico signorino dell’hard, unico pacifista sessuale di «questa società che scambia per trasgressione la violenza animale», unico post-comunista «in un ambiente di destrorsi machi»; unico vessillo dell’oscenità alle cime di rape.

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