Venerdì 20 Luglio 2018 | 03:19

«Consegnati» in Questura ma poliziotti per sempre

di ALBERTO SELVAGGI
Fortilizio massiccio. Nell’androne, sul pavimento, uno stemma sormontato dalla corona repubblicana turrita: il codice Lex, le faci incrociate del soccorrimento, il leone rampante dal coraggio inflessibile: Sub lege libertas. Il tratto stradale antistante all’in - gresso è intitolato a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume, iscritto al Partito nazionale fascista: salvò dalla deportazione 5000 ebrei per morire a Dachau trentaseienne. È mattina presto, l’alba in un certo senso, passeggio. Devo inoltrare una stupida denuncia per furto, domando indicazioni al corpo di guardia, l’incaricato è gentile: «Aspetti». 

Aspetto nella Questura in deriva, sottorganico, con mezzi insufficienti, con un edificio che la Provincia vuol mettere in vendita, con un timoniere di nome Giorgio Manari in odore di trasferimento che parla di «strisciante, ingiustificato allarmismo», che s’appella ai commercianti e alle guardie giurate affinché collaborino alla sicurezza. Perché non anche ai vetrinisti, mi chiedo; perché non ai netturbini e alle visagiste. 

Guardo con occhi vergini gli agenti, i funzionari che entrano: non ero mai passato in manette o a polsi nudi per questi ambienti. Arrivano freschi, salutano, sorrisi vivi. È questo il motore del palazzo di pietra. Questo il subcosciente degli ultimi, veri proletari dei quali una Bari sguarnita, consegnata al crimine nel centro e in periferia, piange l’assenza: fratellanza cameratesca, giovialità di un sentire semplice. Un tono d’umore non riscontrabile in altri luoghi di fatica, che contagia persone destinate a schivare proiettili, a compilare moduli grigi, placare escandescenze, ascoltare lamentele, voci tremanti, drammi di vita. E si trasmette anche a chi osserva con sbalordimento. Non me lo aspettavo per niente, non lo immaginavo nemmeno: hai mai visto qualcuno che va al lavoro felice? E se non felice, convinto, e quindi in pace con gli altri e con Dio? Hai mai visto qualcuno che crede? 

Questi ci credono. E poi perché? Pagati quattro stracci di euro, bollati per «fascisti!» anche quando votano Pd, bersagli di molotov e spregi pure se salvano vecchiette. Aveva torto forse Pasolini che li difendeva? Come in qualunque categoria, anche tra loro non mancheranno i lavativi, gli esaltati, gli ambivalenti, i conniventi «infedeli». Ma la corrente che li porta è questa e mi ha travolto perché è un’anomalia. Lo spirito di corpo prevale sulla competitività per la carriera. Una fede mutuata nel pericolo dalle divise indirizza all’agire condiviso. Questo è il verismo, questo il neorealismo, questa la fame e l’anima delle mostrine. 

Uno mi passa davanti turbato. Un altro parla di problemi privati con un collega: «Statti buono, fai quello che senti». Nessuno mi conosce, nessuno sa che vergo stravaganze sul quotidiano che mi sborsa il mese. Sono un cittadino qualsiasi. Passa una signora in borghese, si ficca in ascensore e manda un saluto in extremis. Arrivano tre nerboruti in abiti casual da combattimento, un molosso ridacchia dietro, scherzano: hanno le fronti sgombre, chi ha la fronte sgombra è contento. Penso a un amico agente che ho visto in un placcaggio da film: col cavolo prenderei il tuo posto. Col cavolo, sì. Immagino questi tizi rientrare a casa, salutare mogli e bambini, oppure imboscarsi con le pollastre e riferirne ai colleghi. E mi ritrovo a sorridere.

Un poliziotto apre l’Ufficio denunce mezzora prima dell’orario stabilito, al bar vicino gli avevano segnalato la presenza di un cittadino in attesa: «Venga». «È una fesseria - mi giustifico - mi hanno rubato il telo dello scooter e mi serve l’esposto da inviare alla ditta che ne molla un altro gratuitamente». «Ah, credevo chissà cosa fosse successo». Ha un cranio d’uovo, accende il computer, non sfuria per niente, anzi scherza, entrano tre agenti, si sfottono amichevolmente. Quando scorgo un cartello apposto dietro al pelato che raccoglie i miei dati sulle schede: «Dio ha creato poche teste perfette, le altre le ha coperte con i capelli». È una sua trovata, spiega. E prova che l’estro spesso si nasconde dove immaginavi il buio pesto.

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