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Domenica 21 Gennaio 2018 | 21:26

Per la «MagicaBari» psicodramma infinito del tifoso esasperato

gallo barese tifosodi ALBERTO SELVAGGI

Costanzo Show, primi anni Ottanta. Un energumeno irrompe in platea verso il Tonino che era sul palco: «Scusat’ onorevol’ Matarràis’: ma voi col Bari che cosa è che dovete fare?!». Dopo tal sortita di portata epocale anche al resto d’Italia fu chiaro che Santo Nicola dopo maggio passa ma la Bari, unico dato esistenziale perdurante, solo bastione vacillante cittadino, rimane. Gridate a Dio e agli uomini, devoti biancorossi: mai le tifoserie, ovvero tutti gli abitanti registrati all’anagrafe, hanno tremato e imprecato come in queste giornate. 

La Bari di qua, la Bari di là, siti web impestati di «Matarràis» (lo scrivono proprio così) e di «vattene!». La squadra è già andata in B a mare, e capirai; la società rischia, pare: «Vendiamo tutto e ce ne usciamo», Vincenzo aveva annunziato. Ma dopo l’inguacchio sui lavori allo stadio, il debito da versare al Comune come un mutuo di casa, s’è aperto lo psicodramma della dilazione degli stipendi alla squadra: «Meh, per mo vi diamo un poco, il resto più avanti: soldi non ce ne stanno». E da allora, davvero, l’animo del tifoso s’è rivoltato qual «spirto d’abisso» di libretto verdiano (Macbeth). 

Come finirà? Il Grand’Uff. V. Matarràis, il vice vicario Tonino e compagni ce la faranno? Oggi si disputa il derby col Lecce in un clima di competizione sana: irruzione in campo durante gli allenamenti, aggressioni a Belmonte e Alvarez, striscione ispirato all’adagio gandhiano: «Vincere o so’ c… amar’». La maggioranza dei calciatori ha rifiutato la transazione: onorate il contratto ché dobbiamo empirci le garze. Domani conosceremo il futuro del Bari: il presidente pare intenzionato a saldare, s’allontanano i fantasmi della penalizzazione e della rovina nel peggiore dei casi. Ma la vicenda ha esacerbato gli animi: spogliatoi divisi tra «no» e «sì» agli ingaggi spalmati, curve minacciose contro i riottosi all’accordo mediato («krnùt!»); frange dissenzienti sulla famiglia che identifica l’acme della baresità. Online impazzano i sondaggi: che ne pensi dei Matarrese?, propone «dreghèr » sapido. Risultato: odio, 41%, 30% pena, ammirazione 4. «Leccem…» incalza: vuoi il grande Genzino ancora alla guida del Bari? No 80% spaccato. Matarrese venderà? Il 61% non lo crede affatto. Stipendi smozzicati? «Meglio il fallimento» chiosa «bariseguace»: «No alla spalmatura, sì all’asfaltamento totale». 

È un vero dibattito partecipato. L’unico rimasto a una città in degrado che non ha più altro. Il solo capace di rinfocolare una moltitudine antropologicamente pervasa di individualismo arido: l’unica volta che a memoria d’uomo si vide una massa non politicamente irreggimentata in piazza non fu per stigmatizzare il lerciume montante in città, o l’imperio della teppaglia che scorrazza senza più neanche una pattuglia fantasma. Ma per scandire: «Matarrese vattene!», distribuire volantini e adesivi contro il tapino e la schiatta. Una cosa ci era rimasta: la Bar’. E se ne è andata. Povero chi tifa: vi sono vicino, ragazzi. Io non sapevo nemmeno in che serie «magicoBari» disputasse. O meglio, lo avevo dimenticato dopo aver visto nel maggio 2009 «u Pariggìn’» (Alberto Savarese «il Parigino», direttivo Ultras), dietro prodigo invito del sindaco uscente e candidato, arringare dal balcone del Municipio l’oceano tripudiante per il passaggio in A. Avevo anche schivato un ubriaco precipitato dalla cappotta di un’auto sulla quale saltava modellandola secondo stilemi Pop art. Ho inteso che il momento è grave soltanto quando ho ascoltato gente che si accapigliava per strada: Matarràis sborserà? Ha fatto bene? Ha fatto male? Fanno bene gli accomodanti Gillet e Alvarez? Barreto e Almiron sono ingrati? Riconciliatevi, habitué del San Nicola nel quale il savio architetto Renzo Piano ha fatto in modo che nessuno, se non col telescopio astronomico, vedesse un cavolo. La Bari rimane, una via si troverà. La Bari non può morire perché è la nostra natura immortale. La Bari è ciò che spetta a noi tutti che siamo veramente di Bari.

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